Il restauro voluto dalla comunità erbese ha riportato all'antico splendore l'originale decorazione settecentesca, in una delle poche chiese dedicate alla Maddalena in Diocesi di Milano.

di Luca FRIGERIO

Crevenna

Dicono le cronache che quella di Crevenna, nella pieve di Incino, fu l’ultima delle chiese ambrosiane ad essere consacrata da san Carlo Borromeo, il 27 agosto 1584, pochi mesi prima di morire, a soli 46 anni, stremato dalle febbri e da una totale dedizione al suo popolo. Ma questa non è l’unica particolarità che può vantare il tempio erbese, tra i pochi, in Diocesi, intitolati alla Maddalena e noto, tra gli studiosi, per presentare una fastosa facciata dipinta, non comune in terra lombarda.

Facciata che oggi è stata completamente restaurata (sotto la direzione dell’architetto Maurizio Ratti), restituita, come si suol dire in queste occasioni, «all’antico splendore». Così che i fedeli crevennesi, che con don Ettore Dubini si sono impegnati a coprire le spese necessarie all’intervento, possono ora tornare a godere di questo raro e delizioso gioiellino barocco, insieme a tutti i cultori del bello, proprio in occasione della memoria liturgica di santa Maria Maddalena, che si celebra il 22 luglio.

Recenti scavi archeologici hanno confermato l’origine antichissima di questo sacro edificio, elevato a parrocchiale proprio dall’arcivescovo Borromeo, che però invitò la locale comunità a erigere una nuova e più ampia chiesa. Il cardinal Federigo di manzoniana memoria, cugino e successore di san Carlo, in occasione di una nuova visita pastorale, nel 1615, consigliò di completare l’opera aggiungendo una cappella dedicata alla Beata Vergine del Carmelo, la torre campanaria e la sacrestia. Lavori che vennero ultimati sul finire del secolo, quando il curato Giovanni Pagano diede a Santa Maddalena una veste pienamente barocca.

La decorazione ad affresco della facciata, tuttavia, si deve a Paolo Antonio Valaperta, che non solo fu parroco di Crevenna, ma anche valente pittore (sue opere sono ancor oggi presenti in alcune chiese del triangolo lariano). Nell’estate del 1742, infatti, come si legge nel Liber Chronicus, il sacerdote si accinse a “colorare” la mossa e ben proporzionata fronte della chiesa erbese, dipingendovi le scene che, nel loro insieme, possiamo ancor oggi osservare: a destra del portale centrale, il Noli me tangere, cioè l’incontro di Gesù risorto con la Maddalena; a sinistra, san Giorgio che sconfigge il drago (a memoria dell’altra chiesa presente sul territorio, dedicata appunto al martire cavaliere); in alto, al culmine, la Trinità, con Dio Padre che, assistito da due angeli e alla presenza dello Spirito Santo, sorregge il corpo del Figlio crocifisso, in una composizione nota come «Trono di Grazia». Il tutto inserito in una gustosa scenografia composta da cornici, paraste, balaustre e perfino vasi con fiori, con effetti trompe l’oeil tipici del barocco lombardo, semplici quanto efficaci.

I colori, caldi e vivaci, sono proprio quelli settecenteschi, fatti riemergere nel corso dei restauri appena conclusi (ad opera del laboratorio di Giuliano Maggioni). Colori e figure che il tempo aveva spento, tanto che già negli anni Trenta del secolo scorso si era chiesto l’intervento degli artisti Scuola Beato Angelico, che avevano infatti rinnovato l’ornamentazione dipinta della facciata, “ricalcando” le antiche immagini. Immagini sacre che ora rinascono, in quest’angolo pittoresco dell’alta Brianza comasca.

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