L'antica chiesa parrocchiale del quartiere a Sud di Milano conserva splendide tele dedicate alla Vergine della scuola di Giovanni Ambrogio Figino e datate 1606.

di Luca FRIGERIO

Milano può ancora sorprendere: anche chi crede di conoscere tutto, o quasi, del capoluogo lombardo. È il caso della chiesa di Santa Maria Assunta al Vigentino, che sembra bello e opportuno presentare proprio in occasione dell’odierna solennità. Un sacro edificio di antica origine, ma che soltanto recentemente è stato riscoperto e fatto oggetto di studi e ricerche (sorprende l’assoluto silenzio su guide e repertori «di riferimento»…), con i dovuti restauri, grazie alle cure dei suoi presbiteri: anche se l’affetto della locale comunità non è mai venuto meno.

Nel presbiterio, infatti, campeggiano tre grandi tele a tema mariano: la «Morte della Vergine», la sua «Assunzione» e la sua «Incoronazione» a opera della Trinità. Si tratta di un «trittico» del quale è nota sia la committenza, sia la data di esecuzione (1606): informazioni che sono riportate in un’iscrizione presente sull’ultimo quadrone. Ancora da individuare, invece, è l’autore di questi dipinti, che appare comunque vicino allo stile e ai modi di Giovanni Ambrogio Figino, ovvero una delle maggiori personalità artistiche nella Milano a cavallo tra XVI e XVII secolo.

Tipica del Figino, infatti, è la pacata solennità delle scene rappresentate, dove la potenza michelangiolesca delle figure viene stemperata in una dolcezza tutta lombarda, che accarezza lo sguardo con la medesima morbidezza con la quale sono rese le pieghe di vesti e mantelli. Così come i sentimenti, per quanto interpretati da una vivace mimica gestuale, non appaiono esasperati né artefatti, nel rispetto delle indicazioni tridentine che chiedevano agli artisti di esprimere i temi sacri senza ricorrere a fantasiose invenzioni, favorendo invece la comprensione, la contemplazione e la devozione dei fedeli.

Nella «Dormitio» Maria giace sul letto funebre attorniata dagli apostoli, fra i quali si riconoscono chiaramente Pietro, a destra, e Giovanni, in primo piano a sinistra. Inconsueta, ma significativa, è la presenza dell’arcangelo Gabriele, che alla «beata fra tutte le donne» porge ora non il giglio dell’Annunciazione, ma la palma come simbolo della vittoria sulla morte. L’espressione della Vergine è serena e distesa; e solo gli occhi chiusi e il pallore della sua pelle indicano che è ormai giunto il termine della sua vita terrena. Nell’alto dei cieli, accompagnato dagli angeli, Gesù è già pronto ad accogliere la Madre, e verso di lei si protende in un gesto che è al contempo slancio d’amore filiale e divina benedizione.

Certo fa impressione pensare che proprio mentre il nostro anonimo pittore realizzava questa tela per la chiesa del Vigentino, a Roma un tale Michelangelo Merisi detto il Caravaggio stava lavorando alla sua «Morte della Vergine»: uno straordinario capolavoro che, per la sua impostazione ardita e tormentata, avrebbe suscitato molti clamori, tra ammirazione e perplessità, fino al punto di essere rifiutata dai committenti. Al suo posto, in Santa Maria della Scala, com’è noto, verrà posta una pala eseguita da Carlo Saraceni, più «normale» e «tranquilla»: proprio come questa milanese, appunto!

Pur cambiando la scena, anche l’«Assunzione» mostra la medesima impostazione nel solco della pittura del Figino, seppur con una cromia ancora più vivace, così che si può pensare a un suo allievo o a un suo collaboratore, come Carlo Cane da Trino, ad esempio, secondo la proposta di Andrea Spiriti. La figura della Vergine che ascende al cielo, tra gli angeli musicanti che paiono un omaggio al celebre «coro» affrescato da Gaudenzio Ferrari nella cupola del santuario di Saronno, rivela sua derivazione diretta dal modello statuario di Annibale Fontana, il più acclamato scultore della fine del Cinquecento, il cui capolavoro si trova in Santa Maria dei Miracoli presso San Celso (all’epoca in cima alla facciata, ora al riparo nel coro).

L’«Incoronazione», come ormai ci aspettiamo, mostra analogie con la produzione del Figino, senza tuttavia eguagliarne il livello (come emerge, immediatamente, dal confronto con la tela di identico soggetto ora in San Fedele a Milano). Ai piedi della Vergine e della Trinità si prostra in adorazione san Bernardo di Chiaravalle (si noti alle sue spalle il demonio incatenato, come vuole l’iconografia tradizionale), grande dottore della Chiesa e soprattutto «tenero cantore di Maria».

Che è poi il santo «patrono» del sacerdote che vediamo inginocchiato di fronte a lui: la scritta infatti lo identifica come don Bernardo Borroni, ovvero il rettore della parrocchia del Vigentino, committente non solo di questi dipinti, ma promotore della ricostruzione dell’intera chiesa (lodata come la più bella in tutto il contado). Un personaggio interessante, questo Borroni, appartenente alla piccola nobiltà meneghina, ma appoggiato da casati potenti, che nella Milano di Carlo e Federico Borromeo era amico di letterati e intellettuali, come il noto medico e scienziato Ludovico Settala: suo nipote, don Antonio Giggi, fu tra i primi a essere cooptato come dottore nella neonata Biblioteca Ambrosiana, distinguendosi come studioso di lingue orientali.

E che amava vestire con una certa eleganza, evidentemente: nel dipinto, infatti, il rettore ha l’abito ecclesiastico con il colletto rialzato, come andava di moda a Venezia, mentre a Milano si usava quello piano.

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