La chiesa di Sant'Angela Merici a Milano conserva una splendida vetrata del grande artista ungherese. Un’immagine che fu realizzata nel 1974 in memoria di un giovane morto a 18 anni, che oggi diventa segno di speranza per tutti noi.

di Luca FRIGERIO

Ci guarda, il Risorto di Hajnal, ma il suo sguardo va oltre noi, al di là del nostro tempo, fino alla fine della storia e là dove tutto è iniziato. “Alfa” e “Omega”, del resto, campeggiano sopra la testa del Cristo («Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine»), nel semicerchio toccato dalla sua mano destra alzata nel gesto benedicente delle tre dita, mentre la sinistra impugna il vessillo trionfante. Risurrezione universale, risurrezione di tutti, risurrezione per sempre.

Siamo a Milano, nella chiesa di Sant’Angela Merici che sorge in via Cardinal Cagliero, nel quartiere Zara, in quella che una volta si sarebbe chiamata la periferia settentrionale della città, ma che oggi sembra a un passo dal centro. Il tempio venne edificato alla fine degli anni Cinquanta, nell’ambito di quello straordinario progetto voluto dall’allora arcivescovo Montini che costellò di nuove chiese una diocesi ambrosiana che andava popolandosi ogni giorno di più di nuove anime e di nuovi fedeli. La dedicazione a Sant’Angela Merici potrebbe essere stata suggerita proprio da uno dei principali sostenitori di quel programma, l’ingegnere Enrico Mattei, la cui moglie si chiamava appunto Angela. La parrocchia fu affidata ai padri Sacramentini, che ancora oggi sono presenti. Artisti di fama come Giò e Arnaldo Pomodoro, ma anche Valentini e Creperio, furono chiamati a ornare il sacro edificio con le loro opere. Mancavano le grandi vetrate della facciata, che nel 1974 vennero commissionate a uno dei maestri contemporanei di quest’arte: János Hajnal.

Ungherese, nato a Budapest nel 1913 e morto a Roma dieci anni fa (quindi alla veneranda età di 97 anni), Hajnal al termine della seconda guerra mondiale si era trasferito in Italia, ottenendone la cittadinanza per meriti artistici: amava talmente il nostro Paese e le sue bellezze che voleva farsi chiamare con il suo nome italianizzato, Giovanni. Sue opere – è stato anche un grande autore di mosaici – sono presenti in varie città della Penisola, da Roma a Catania, come in tutto il mondo, tra Dublino e San Paolo del Brasile, anche se il suo lavoro più <visto>, probabilmente, è rappresentato dalle imponenti vetrate ovali che danno luce all’Aula Nervi in Vaticano, il salone delle udienze papali. A noi ambrosiani, tuttavia, restano particolarmente care le vetrate che l’artista magiaro realizzò per il Duomo di Milano, in due importanti interventi: nel 1953 con la rappresentazione della Trinità; e poi ancora trentacinque anni più tardi con la raffigurazione di due pastori della diocesi di Milano, i beati Ferrari e Schuster.

Insomma, quando pose mano alle vetrate per la chiesa milanese di Sant’Angela Merici (che nel 2016 sono state scelte dalle Poste vaticane per illustrare la serie filatelica di Pasqua), Giovanni Hajnal aveva ormai raggiunto la piena maturità artistica. Da una parte ha raffigurato Gesù appeso alla croce, nello spasmo della morte, pigiato come nel tino, secondo le profezie messianiche e secondo la terribile, suggestiva iconografia del “torchio mistico”: a lui, al Crocifisso, volge l’ultimo sguardo il buon ladrone, colui al quale il Salvatore stesso ha assicurato: «Oggi sarai con me in paradiso». Dall’altra parte, invece, ha dato immagine al mistero della Risurrezione, con una figura eroica, gloriosa, che appare in tutto l’omaggio di un artista del Ventesimo secolo a un maestro del Rinascimento come Piero della Francesca e al suo capolavoro di Sansepolcro.

Il Risorto si erge dal sepolcro, vuoto bozzolo che ormai contiene solo un teschio che Gesù calpesta («perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi»), segno della sua vittoria sulla morte. Un cranio, si noti, che appare come la testa di un enorme rettile, a ricordare cioè quel «serpente antico» che è «il diavolo, satana», perché «come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo», nuovo e ultimo Adamo, come scrive l’apostolo Paolo.

Sotto i suoi piedi vi sono anche una serratura divelta e una chiave spezzata, ulteriori richiami del trionfo sulla morte del Risorto che ha scardinato le porte degli inferi. Così come in alto l’intera scena è dominato dal pavone, antico simbolo di rinascita e di vita eterna.

Dietro a Cristo compare l’angelo del racconto evangelico che scoperchia la tomba: in quel volto, tuttavia, Hajnal avrebbe evocato anche quel giovane morto a soli 18 anni, la cui memoria i genitori vollero ricordare proprio donando questa bellissima vetrata. Dal dolore della morte alla speranza della Pasqua, tra le braccia della divina misericordia. Come per noi tutti oggi, in questi dolorosi giorni piagati dall’epidemia, in attesa di risorgere.

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