Splendidi affreschi dei primi anni del Cinquecento, di scuola leonardesca, sono riemersi durante i lavori di restauro presso il santuario della Madonna delle Grazie, nella periferia orientale di Milano. Un evento straordinario a cui dedichiamo anche un'ampia galleria fotografica.

di Luca FRIGERIO

Santuario Ortica affresco XII Madonna in trono col Bambino

Per il restauratore è la soddisfazione più grande. Ma lo è anche per il parroco che ha dato il via ai lavori e per la comunità tutta che li sostiene, stringendosi attorno alla propria chiesa. Stiamo parlando di quando, sotto l’intonaco scialbo e moderno, appaiono improvvisamente, e talvolta perfino inaspettatamente, forme e colori di antiche pitture, memoria di secoli passati e testimonianza di una ininterrotta devozione. È quello che è successo nei mesi scorsi nel santuario della Madonna delle Grazie, “cuore” della comunità pastorale di San Martino e del Santissimo Nome di Maria a Milano, in quella porzione orientale della metropoli che prende il nome di Ortica.

Di questa straordinaria scoperta avevamo dato annuncio proprio su queste pagine due anni fa. E oggi che il vasto intervento di restauro è ultimato, tutti ne possono finalmente cogliere la portata e goderne la meraviglia. Si tratta di splendidi affreschi rinascimentali, databili agli inizi del Cinquecento, di cui neppure si sospettava l’esistenza.

Intendiamoci: il santuario dell’Ortica è di vetusta fondazione, come attesta, ad esempio, l’originaria dedicazione ai martiri Faustino e Giovita e come dimostra la presenza di un’immagine della Madonna in trono col Bambino di gusto ancora bizantineggiante e risalente addirittura al XII secolo. Icona sotto la quale, già in passato, erano stati scoperti curiosi quanto enigmatici graffiti, interpretati come una sorta di ex voto alla Vergine da parte dei milanesi qui esiliati dopo lo scontro con il Barbarossa. Ma proprio le ristrutturazioni e gli ampliamenti che si sono succeduti nei secoli hanno poi “coperto” in gran parte le antiche vestigia, dando alla chiesa attuale un aspetto piuttosto anonimo.

È bastato tuttavia “scavare” sapientemente sotto la crosta del tempo per far riaffiorare degli autentici tesori pittorici, che si credevano perduti o di cui neppure si sospettava l’esistenza. Sulle pareti interne dell’aula, infatti, sono riemerse le sinopie dei patroni stessi della chiesa, Faustino e Giovita, “affrontate” da quelle dei vescovi Ludovico e Ambrogio (quest’ultimo chiaramente identificabile per la presenza del flagello). Così come nei pressi del presbiterio è stato recuperato un toccante Cristo portacroce (di influenza del Solari o del Luini) e, dall’altro lato, una dolcissima figura mariana fra i “santi della peste” Rocco e Sebastiano, ai cui piedi si svolgevano entro tondi, come in una popolare quanto efficace catechesi, le immagini dei Misteri del Rosario (purtroppo quasi del tutto, e irrimediabilmente, perdute).

Ma la meraviglia più grande attende il visitatore in uno spazio adiacente, usato in epoca moderna come sagrestia, ma che in antico doveva costituire il nucleo originario del santuario o un prezioso loggiato aperto verso l’esterno, come le colonne poi inglobate nella muratura starebbero a testimoniare. È proprio qui, infatti, che sono stati riportati alla luce gli affreschi cinquecenteschi, di qualità assolutamente elevata: si tratta di figure di santi (insolita la presenza di Lucio, il santo pastore della Val Cavargna, riconoscibile con certezza dalla formagella che stringe fra le mani!), di una elaborata decorazione a grottesche e di alcune scene non facilmente identificabili perchè, purtroppo, frammentarie. Fra queste, tuttavia, è chiaramente leggibile una Assunzione della Vergine: magnifico, in particolare, il gruppo degli Apostoli, in cui si distingue con stupefacente evidenza non solo un generico richiamo all’arte di Leonardo da Vinci, ma addirittura una precisa citazione dei personaggi raffigurati nel suo celeberrimo Cenacolo. L’insieme di queste pitture, dichiarano infatti gli esperti della Soprintendenza, è da attribuire a un anonimo leonardesco influenzato da Cesare da Sesto, da Bernardino Luini e da Bramantino: un profilo che potrebbe corrispondere al cosiddetto Maestro dei Santi Cosma e Damiano, autore di un pregevole affresco oggi conservato nella Pinacoteca Civica di Como.

«Ora non resta che completare l’opera», ricorda don Luigi Badi, responsabile della comunità pastorale San Martino e Santissimo Nome di Maria. Perché se per i restauri all’intero del santuario dell’Ortica sono occorsi oltre seicentomila euro, raccolti grazie alle offerte dei fedeli e ai contributi di enti e fondazioni, adesso bisogna pensare anche alla sistemazione delle facciate, del campanile e del sagrato. E Milano, si spera, saprà rispondere anche questa volta, per valorizzare come merita questo suo “nuovo” tesoro ritrovato.

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