Al Museo San Fedele a Milano una piccola ma interessante mostra di dipinti inediti, dal XVI al XX secolo, che illustrano i diversi momenti dell'Annuncio a Maria. Da non perdere.

di Luca FRIGERIO

A Milano è un felice momento, per le mostre di pittura antica. A Palazzo Reale Caravaggio sta, giustamente, attirando le folle. Mentre alle Gallerie d’Italia sono presentati importanti lavori del Seicento, caravaggeschi e non solo. E se Tiziano è appena arrivato a Palazzo Marino, al Museo Diocesano si continua ad ammirare l’Adorazione dei pastori, capolavoro del Perugino. Ma c’è anche una piccola rassegna che arricchisce ulteriormente questo panorama espositivo milanese, ed è quella in corso presso il Museo San Fedele. Ancora più interessante e preziosa perché costituita da dipinti per lo più inediti, tutti da scoprire.

Il tema è quello dell’annuncio a Maria. Uno dei soggetti più cari all’arte cristiana, nei secoli illustrato innumerevoli volte. Fondamento e origine di tutte le feste, come ricordava san Giovanni Crisostomo, perché determina l’inizio dei tempi nuovi, l’avverarsi della salvezza nell’incarnazione del Verbo. E quindi ancora più caro in questo tempo d’Avvento, tempo di attesa e riflessione.

Soltanto sette le opere esposte, nella mostra curata da Alessandro Rossi e Andrea Dall’Asta. Ma la qualità è davvero elevata. Come nella coppia di ovali attribuita alle mani di due differenti artisti del XVII secolo: Carlo Maratta per le figure, lo specialista Giovanni Stanchi per le ghirlande fiorite.

Dolce e mite è il viso della Vergine, circonfuso di una luce che è interiore ed esteriore ad un tempo, come a mostrare la connaturata santità della giovane e la divina predilezione che scende, con lo Spirito Santo, sul suo capo dorato. Lo sguardo umilmente abbassato, le mani levate verso il petto, Maria sorride per l’intima gioia del Mistero che in lei si compie, ricolma di grazia.

Anche il volto di Gabriele riverbera come una bellezza sovraterrena. E il suo sguardo si fa tenera contemplazione di colei, fra tutte le donne beata, che da sempre è stata prescelta da Dio per generare il suo unico Figlio. Con una mano indica il cielo, con l’altra stringe un giglio, simbolo di purezza, emblema di elezione. Fiore che sembra tolto dalla corona che circonda l’arcangelo stesso, lui come la Madonna, trionfo di petali, di corolle e di foglie, tripudio di colori non soltanto da ammirare, ma come da annusare, inebriandosi di profumi. Sono, quei fiori, le gemme naturali del Creato, il tocco più gentile della potenza generatrice del Padre. Così che ad ognuno di essi, in un gioco di rimandi e d’arguzia, secondo l’insegnamento dei commentatori medievali, può essere riconosciuta un’allusione simbolica, una virtù di Maria.

I gesti, già. Che insieme agli sguardi traducono in immagini l’intenso dialogo dell’Annunciazione. Dalla conturbatio alla cogitatio, dall’interrogatio all’humiliatio, fino alla meritatio. In un crescendo di coinvolgimento, anche emotivo, che riguarda non solo l’Annunciata e il messaggero, ma anche lo spettatore stesso.

Come accade nella tavola vicina alla lezione di Pellegrino Tibaldi, autore prediletto da san Carlo Borromeo, forse opera del Nosadella suo allievo, dove Maria appare sorpresa, <turbata> appunto, dal sopraggiungere improvviso dell’angelo. In un turbamento che sembra riecheggiare nei mascheroni e nelle figure grottesche che decorano i mobili come l’architettura della stanza…

O ancora come si vede nello smagliante olio su rame assegnabile all’entourage di Denys Calvaert – pittore di Anversa capace di unire lo stile fiammingo con il gusto italiano, nella cui bottega bolognese si formarono futuri maestri come il Domenichino o Guido Reni -, in cui le nubi del cielo, ovvero la presenza stessa di Dio, scendono a saturare la dimora terrena di Maria, metafora nella metafora.

È la Vergine che si fa “bacile” per accogliere lo Spirito, come nella raffigurazione straordinariamente moderna e “metafisica” di un altro delizioso rame, quello ricondotto a Francesco Cavazzoni, dove paiono ancora leggersi le impronte digitali dell’autore, che con i polpastrelli realizza la peculiare sfumatura attorno alla figura di Maria.

Maria che s’inchina al disegno dell’Onnipotente, come con pochi tratti manifesta Sironi, maestro del Novecento. Ma l’«ancella del Signore» appare anche come consapevole collaboratrice di Dio per il compimento dell’Incarnazione. Così, infatti, ce la mostra il Fiammenghino, in una tavola di stupefacente vigore, dove la mano stesa della donna, e tutta la sua persona, dice con forza il suo: «Eccomi».

Fino al prossimo 22 dicembre, al Museo San Fedele a Milano (piazza San Fedele, 4). Da mercoledì a domenica, dalle 14 alle 18 (sabato orario continuato dalle 10). Ingresso 3 euro. Giovedì 14 dicembre, alle 18.15, Alessandro Rossi terrà una conferenza sul tema dell’Annunciazione nell’arte, presso l’Auditorium San Fedele. Per informazioni: tel. 02.86352409, www.sanfedeleartefede.it

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