Il grande artista italiano, "padre" del divisionismo, dedicò oltre un decennio della sua carriera, sul finire del XIX secolo, al capolavoro letterario di Manzoni: non semplici "illustrazioni", ma emozionanti opere d'arte. La storia di questo intenso rapporto quale omaggio nel centenario della morte.

di Luca FRIGERIO

Studia, dipinge, sperimenta. Senza posa, inquieto, con alterna fortuna. Nel 1876, poco più che ventenne, dalla natia Ferrara Gaetano Previati era giunto nella grande Milano – la Parigi d’Italia per chi aveva ambizioni artistiche -, ma come spesso accade la realtà si era rivelata più problematica rispetto alle aspettative. Dopo gli iniziali riconoscimenti, infatti, erano arrivate anche le critiche, con occasioni sfumate e commissioni poco gratificanti, a ribadire quanto sia difficile non solo affermarsi, ma anche guadagnarsi il pane con l’arte. Unica consolazione, le pagine dei Promessi sposi.

Previati sente un’attrazione particolarissima per il romanzo di Alessandro Manzoni e anche se nessuno gliel’ha chiesto, anche se non ha un progetto preciso, comincia a buttare giù schizzi su schizzi, ambientando una scena, illustrando un passaggio, ritraendo protagonisti e comparse, come se fossero lì, davanti a lui, a muoversi e ad agire, a soffrire e ad amare. Di più: come se lui stesso, in fondo, fosse uno di quegli stessi personaggi usciti dalla penna del Don Lisander, testimone delle gesta quotidiane eppure eroiche di quel piccolo, grande mondo che ruota attorno a Renzo e Lucia.

Per un quindicennio, insomma, l’ultimo del secolo diciannovesimo, la vita artistica di Gaetano Previati è pressoché interamente assorbita da una passione manzoniana che lo porta a creare opere di sorprendente intensità e di emozionante bellezza, disegni che sono tra gli esiti più alti nel campo della grafica italiana dell’epoca. Così che pare opportuno omaggiare la memoria di questo grande artista, del quale fra pochi giorni ricorrerà il centenario della morte (e che abbiamo conosciuto nella sua produzione sacra con la bella mostra che l’anno scorso gli ha dedicato il Museo Diocesano di Milano), proprio ripercorrendo il suo cammino in compagnia dei Promessi sposi. Un patrimonio di fogli e di carte, conservato per lo più nelle civiche raccolte di Milano e di Lecco, che in questi anni è stato studiato e riscoperto, dopo una sorta di oblio.

Del celebre romanzo, del resto, le edizioni illustrate non mancavano. Anzi, Manzoni stesso aveva curato personalmente, e fin nei minimi dettagli, quell’editio princeps che nel 1840 era stata pregevolmente arricchita con i disegni di Gonin, d’Azeglio, Bisi, Moia e altri. Da allora ne erano state pubblicate molte versioni, con illustrazioni, però, che miravano per lo più a “semplificare” visivamente la vicenda dei due giovani innamorati, insistendo soprattutto sulle figure che maggiormente avevano colpito il pubblico dei lettori, da don Abbondio a don Rodrigo, dall’Innominato a fra Cristoforo… Con l’intento, evidentemente, di favorire un approccio più “popolare” ai Promessi sposi, ma anche con il rischio di banalizzarne il contenuto.

Di questo Previati si rende ben conto, tanto da scrivere, con acume critico non comune, che questo «libro nazionale» è un vero «monumento della letteratura» non tanto «per essere una felice creazione romantica, quanto per rappresentare il più profondo connubio di una forma artistica dilettevole con uno dei più vasti quadri storici». Un aspetto che gli illustratori del capolavoro manzoniano fino ad allora avevano in gran parte trascurato, e che il nostro artista si prefigge invece di esaltare. Inserendo, di volta in volta, elementi ripresi dal vero insieme a evocazioni e atmosfere. E portando al massimo grado le possibilità espressive del nascente movimento simbolista, lui che proprio in quegli anni si sta affermando come teorico del divisionismo.

Nel 1891 i fratelli Treves, i noti editori di Milano, rispondono con un secco rifiuto alla proposta di Previati, restituendogli i disegni che aveva sottoposto alla loro attenzione. Il nostro artista non si perde d’animo e interpella altri editori meneghini, i Rechiedei, con i quali sembra raggiungere un pieno accordo: tuttavia sarà lui stesso a recedere il contratto, insoddisfatto dalle prove di stampa.

Quattro anni più tardi Ulrico Hoepli bandisce un concorso nazionale per una nuova, prestigiosa edizione illustrata dei Promessi sposi, che prevede un generoso appannaggio per il vincitore. Sembra l’occasione tanto attesa, ma Gaetano è dubbioso: un conto è lavorare in piena libertà creativa, come aveva fatto fino ad allora; un conto è partecipare a una selezione dove i giudici hanno i loro gusti e le loro idee (e magari anche i loro pre-giudizi). Tuttavia, secondo i pronostici, proprio Previati si aggiudica la commissione, sia per il livello dei disegni presentati, sia perché è evidente a tutti che nessuno come lui ha così tanto meditato su quel soggetto…

Nonostante il decennale “allenamento”, il lavoro per la Hoepli è titanico: oltre trecento disegni, con continue revisioni e aggiustamenti (tra osservazioni, contestazioni, perfezionamenti), fino alla pubblicazione nel 1898, prima a fascicoli, poi in unico volume. Con l’inizio del nuovo secolo, dunque, Gaetano Previati può infine chiudere il capitolo dei “suoi” Promessi sposi e iniziare nuovi percorsi. Ma quelle figure, quei personaggi di Manzoni gli rimarranno sempre dentro, con la loro carica etica e la loro dimensione religiosa, in una visione intimamente sacra della vita e della storia.

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