Il grande pittore, fondatore del movimento antifascista "Corrente", nasceva esattamente cento anni fa a Milano, il 26 agosto 1920, città dove è morto nel 2009. Ricordiamo questo significativo anniversario ripronendo un dialogo che avevamo raccolto in occasione dell'ottantesimo compleanno del maestro.

di Luca FRIGERIO

«Perché dipingo? Ma per amore. Semplicemente per amore». Sorride di un’indulgenza paterna, Ernesto Treccani. La domanda era forse banale, forse inutile. Basta guardare i suoi dipinti, basta accarezzare i suoi colori, seguire le sue linee per comprendere la tenerezza dell’artista per l’uomo, la partecipazione per le sue speranze, la comprensione per le sue debolezze. Opere in cui aspirazione alla bellezza e nostalgia di liberazione sono diventate, giorno dopo giorno, le ragioni di fondo di una pittura forte, passionale, alla ricerca insistita della verità. Sorride Treccani, con la pazienza di chi ha molto vissuto, con la serenità di chi a lungo ha lottato per un mondo diverso, per un mondo migliore.

È felice, Treccani?
Sono felice quando dipingo. Sono felice perché sento di aver trovato il linguaggio che mi è proprio, che mi permette di comunicare agli altri qualcosa di me, qualcosa che esce e non rimane rinchiuso nel mio cuore e nella mia mente. Anche se costa fatica, anche se non è facile. Quando dipingo sono felice, perché nella pittura ho trovato un mezzo per conoscere la realtà fuori di me, ma anche uno strumento per comprendere la realtà che è in me. Dell’essere artista, del resto, quel che più mi soddisfa è l’essere libero, nei confronti di me stesso e degli altri. Cerco la chiarezza, e cerco di comunicarlo. Ciò che ci viene impedito nella vita si libera nell’espressione.

È per questo, dunque, che continua a dipingere?
Fare delle belle forme o stendere sulla tela dei bei colori non mi ha mai interessato. Fin dall’inizio, la pittura ha rappresentato per me il modo di conoscere il mondo attorno a me, cercando magari di trasformarlo, pur con le mie modestissime forze. Sono partito cioè da una visione etica, prima ancora che estetica.

Ma è davvero possibile cambiare il mondo con l’arte?
Sì, credo che ci siano momenti in cui anche l’arte può intervenire a trasformare il mondo. Se la pittura è buona, se riesce davvero ad essere interpretazione della realtà in movimento, essa prima o poi riuscirà a trasformare il mondo.

Maestro Treccani, che cos’è la bellezza?
È un’aspirazione, non una forma. Oggi non siamo in un’epoca di bellezza: siamo in un’epoca di dolore e, allo stesso tempo, di speranza. Si potrebbe dire che viviamo in un tempo di “sofferta speranza”.

E lei in cosa spera?
Ho cercato di agire e operare in modo di non dovermi mai vergognare di me stesso. E sono certo che tutti gli uomini possono dare il loro piccolo contributo per creare un mondo diverso, migliore. È questa la fonte della mia speranza.

Qual è il suo rapporto con il sacro?
Mi sforzo di essere un cristiano. Nel cristianesimo trovo questioni e soluzioni che non mi hanno mai fatto sentire in contraddizione con il mio ideale, l’utopia comunista: il rispetto per l’uomo, il sacrificio non come “prezzo” negativo ma come condizione operante per vivere in modo degno. Per un mondo migliore Cristo si è fatto mettere in croce. E credo nel sacro come trasfigurazione. Ma qui mi fermo: la fede è una grazia che a me non è stata concessa.

Con il passare degli anni le sue figure sembrano sfaldarsi, diventano indeterminate, appena accennate… Lei si sente ancora un pittore realista?
Certamente. Il mio punto di partenza, così come quello d’arrivo, è l’elemento reale, trasformato ma sempre presente. Mi spiego: per fare un bel bianco, ad esempio, io devo pensare alle margherite. Solo se credo che le margherite abbiano un senso nella natura io riuscirò a dipingere un certo tono di bianco. A questo punto, nel dipingere, posso decidere di partire dal colore o, al contrario, dal segno: quel che conta davvero è che l’impressione sia viva.

Ma allora che cos’è per lei il realismo?
I confini di ciò che oggi si chiama “arte” si sono talmente dilatati da chiedersi che rapporto ci possa essere tra un dipinto che interpreta soggettivamente la realtà e una installazione nella quale si impone una forma come spettacolo. La comunicazione, dichiarata o no, rimane fondamentale. Si sostiene che il pittore dipinge per sé; è vero, tutto ci riporta a noi stessi, alla nostra esistenza. Ma non basta: per riconoscerci dobbiamo cercare una comunicazione. È questa la via del realismo per me possibile.

I suoi dipinti, a ben osservarli, paiono a volte percorsi da accenti lunari, altre volte sono invece animati da tocchi solari…
Forse è perché nella mia pittura convivono due spinte ideali: l’interesse per il dato reale, mutevole, frammentario, occasionale anche, e la sete di bellezza, il bisogno di equilibrio, tendere al perenne. Il risultato, io credo, è una pittura fragile, incompleta, a volte dissonante o troppo aggraziata. Forse la salva il tremore di verità o, se voglio essere benevolo, una appassionata ricerca di verità.

Un artista pensa di poter resistere al tempo?
Sì. Resiste alla propria coscienza, alla morte che ci divora, allo scoraggiamento. Viviamo in un’epoca di tali trasformazioni che non è dato avere sicurezza. Per questo bisogna concepire la vita come un traguardo quotidiano ed ogni giorno deve poter riassumere l’intera tua esistenza, in modo da poter dire: non ho lasciato nulla di intentato e non ho rinviato nulla.

Come vorrebbe essere ricordato l’uomo e l’artista Treccani?
Vorrei che un giorno si potesse dire del mio lavoro: era in un tempo che andava verso la felicità malgrado le nubi e i flagelli. Di questi aveva coscienza, eppure ha dipinto un giardino splendente. Soltanto chi ha il cuore aperto alle sofferenze del mondo, chi conosce il significato di sfruttamento e servitù, chi risponde con la lotta, può aspirare ad esprimere la bellezza. Gli altri non possono che riflettere il disfacimento e l’orrore, oppure il nulla.

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