La pubblicazione dell’edizione italiana del saggio «Non scuola ma scuole. Educazione pubblica e pluralismo in America» di Ashley Roger Berner riapre il dibattito sul tema

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La recente pubblicazione di Non scuola ma scuole. Educazione pubblica e pluralismo in America (Edizioni Studium, 256 pagine, 22,50 euro), edizione italiana del libro di Ashley Roger Berner (vicedirettrice del Johns Hopkins Institute for Education Policy e docente presso la School of Education della Johns Hopkins University) suscita diversi interrogativi e riapre molte questioni fondamentali nel dibattito sul sistema pubblico d’istruzione.

Perché pubblicare oggi un libro sul pluralismo educativo? E perché, ancor di più, pubblicare in Italia un libro sul pluralismo educativo americano? Una scelta che a primo avviso può sembrare intempestiva. Da un lato, infatti, un tema come questo può apparire relegato a dibattiti ormai lontani; dall’altro l’argomento rischia di passare in secondo piano, superato da ben più pressanti emergenze della nostra epoca. Eppure, al contrario, sono diverse le ragioni che giustificano una tale scelta.

La prima è di carattere meramente conoscitivo. Il testo di Ashley Berner permette di ripercorrere la storia dell’evoluzione del sistema educativo americano, segnalandone i maggiori punti di svolta dal punto di vista politico, giuridico, filosofico e pedagogico. La riflessione della Berner consente e, in qualche misura costringe il lettore italiano a un paragone con l’evoluzione storica e l’attuale situazione del sistema educativo d’istruzione e formazione del nostro paese.

Un secondo ordine di ragioni riguarda l’attualità e la centralità nel dibattito pubblico americano del tema della libertà di educazione (school choice). Lo confermano anche importanti iniziative politiche intraprese recentemente dal Governo federale degli Stati Uniti, nonché numerose pubblicazioni nazionali e internazionali sul tema. Inoltre, si segnala il fiorire nel corso degli ultimi anni di una notevole attività di ricerca scientifica in merito alle scelte educative compiute a livello dei distretti scolastici americani.

Ma vi è anche un terzo motivo – ed è quello che forse qui più interessa – che riguarda gli aspetti di natura strettamente pedagogica: il saggio di Ashley Berner rappresenta, infatti, innanzitutto una sfida intellettuale a superare i confini del nostro comune modo di pensare, mettendo in discussione paradigmi come quello dello statalismo che da noi gode di un prestigio poco giustificato dalle evidenze non solo empiriche, ma anche politico-culturali.

Il libro affronta questioni radicali, nel senso di “fondanti”, per pensare nuovamente un sistema d’istruzione, come si intuisce fin dalle domande che l’autrice propone nel corso del testo al lettore: «Chi è incaricato dell’istruzione: l’individuo, lo Stato o la società civile? In quale rapporto tra di loro? E perché?» (cap. 2, p. 68). O ancora, «lo Stato dovrebbe gestire completamente l’istruzione o piuttosto condividere l’erogazione di questo servizio pubblico con il terzo settore e realtà del privato sociale?» (cap. 2, p. 69). Domande come queste non sono solamente il punto di partenza dell’itinerario del saggio, ma costituiscono in qualche modo il filo rosso che ne percorre l’intero impianto.

L’autrice, poi, registrando la decadenza e l’inefficienza dell’attuale sistema educativo americano, individua tre principali cause di fondo: in primo luogo l’errata convinzione che «solo le scuole statali possano formare buoni cittadini», quindi che «solo le scuole statali possano offrire pari opportunità per tutti i bambini» e infine che «ogni altro assetto ordinamentale» diverso dall’uniformità della “scuola di Stato” «sia di per sé da guardare con sospetto» (introduzione, pp. 25-26).

L’obiettivo del testo è dunque quello di mettere in discussione ciascuno di questi tre punti, al fine di superare, «un assetto politico-istituzionale che privilegia lo Stato sulla società civile e un pensiero pedagogico tenacemente trincerato su posizioni che – ancorché involontariamente – rafforzano le divisioni di classe e svantaggiano i bambini più bisognosi» (introduzione, p. 25).

Al di là dei contesti territoriali e delle singole soluzioni proposte, il libro fornisce elementi per guardare con occhi nuovi questa realtà in così rapida trasformazione, permettendo così di ricominciare a pensare, a immaginare e a ricostruire fin dalle fondamenta l’intero impianto – anche ideale – del sistema educativo italiano, mettendo in discussione i paradigmi culturali, ordinamentali e pedagogici che l’hanno retto finora.

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