Era il 1613 quando l'abate Bizzozzero chiese ai fratelli Della Rovere di decorare le pareti della chiesa abbaziale milanese, con le storie dell'ordine cistercense e le figure dei suoi protagonisti. Un ciclo straordinario, tutto da riscoprire.

di Luca FRIGERIO

Chiaravalle Fiammenghini

Certo, Bernardo di Clairvaux era stato chiaro: niente orpelli, nelle chiese dei cistercensi. Di più: nessuna decorazione superflua, né scultorea né pittorica, doveva distrarre i monaci dalla meditazione delle Sacre Scritture. L’architettura gotica, a ben vedere, era nata così: templi sobri, luminosi, dove era appunto la luce divina a parlare, non i manufatti umani, per quanto preziosi…

L’abbazia di Chiaravalle alle porte di Milano, poi, l’aveva fondata proprio lui, san Bernardo, nel 1135. Ma ormai erano passati secoli da allora, e l’abate Bizzozzero pensava forse che l’antica regola poteva anche essere “interpretata”: i tempi cambiano, e così le mode, anche artistiche. E poi il progetto che l’abate milanese aveva in mente era in sintonia con i nuovi dettami del Concilio di Trento sul valore edificante delle sacre immagini, a maggior gloria dell’ordine di Citeaux. Padre Bernardo, dall’alto dei cieli, avrebbe capito. E perdonato, ne era certo.

Iniziava così, nel 1613, esattamente quattrocento anni fa, una delle avventure pittoriche più straordinarie in terra lombarda, che avrebbe portato la chiesa abbaziale di Chiaravalle a riempirsi di forme e colori in ogni sua parte. Una sorta di horror vacui barocco, con scene esuberanti di personaggi e centinaia di metri quadri affrescati: un ciclo vasto e articolato, non privo di fascino, che, dopo essere stato severamente giudicato in passato, possiamo oggi tornare ad ammirare con la giusta serenità. Godendoci ogni dettaglio.

Protagonisti di questa impresa furono due fratelli, Giovan Battista e Giovan Mauro Della Rovere, chiamati i “Fiammenghini” perché, pur essendo nati a Milano, il loro babbo, pittore anch’egli, era originario di Anversa, e quindi fiammingo.

Battista era il maggiore, classe 1561, e quindi faceva un po’ da capo-bottega, avendo intessuto negli anni ottimi rapporti con la committenza ecclesiastica, dai Sacri Monti di Varallo e di Orta al Duomo di Milano (per il quale realizzò anche alcuni Quadroni del ciclo di san Carlo), ma lavorando anche a Monza, Novara, Brescia, Locarno, Pavia. Mauro era di quattordici anni più giovane, e non si limitò a seguire soltanto le orme paterne e del fratello, diventando anche allievo di uno dei più rinomati pittori del tempo, Giulio Cesare Procaccini, e guadagnandosi un gran numero di commissioni “personali” (soprattutto nel comasco e nel varesino), anche se spesso lavorò in coppia con Battista in diverse chiese ambrosiane.

Come a Chiaravalle, appunto. Dove i Fiammenghini furono chiamati a illustrare la gloriosa storia del monachesimo cistercense, con particolare attenzione, naturalmente, alle complesse vicende che portarono alla nascita dell’abbazia milanese. Come vediamo sulla controfacciata, la prima a essere affrescata dai due fratelli, dove, al centro, campeggia in bianche vesti la figura allegorica della Chiesa cattolica, apostolica e romana, davanti alla quale si inginocchiano l’antipapa e i milanesi scismastici ricondotti alla vera religione nel 1134 dallo stesso Bernardo. Il quale, sulla destra, è ritratto mentre riceve il modellino della futura chiesa di Chiaravalle, con tanto di “Ciribiciaccola” (la svettante torre nolare che, in verità, mai sarebbe stata approvata dal santo di Clairvaux!).

Il ciclo affrescato dai Della Rovere continua sui massicci pilastri circolari, dove risaltano le personalità più significative dell’Ordine dei bianchi monaci, quasi fossero essi stessi colonne della fede. E prosegue poi nel transetto, in formato gigante, con episodi di martirio nel braccio sinistro e la Fondazione di Citeaux e l’Albero genealogico dei cistercensi in quello destro, fra schiere angeliche e cortei di santi.

Il tutto attraverso una vena narrativa vivace, dove la gestualità teatrale delle figure si unisce alla passione per le scenografie architettoniche, in scene volutamente di facile comprensione e di grande efficacia espressiva. «Insoffribili cronisti» li giudicò impietosamente Roberto Longhi. Ma oggi sappiamo che i Fiammenghini furono piuttosto maestri di sicuro mestiere, abili nel rendere “attuali” le storie antiche per mezzo di realistiche descrizioni, senza rinunciare a un tocco dal sapore fiabesco.

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