Accanto al santuario milanese che conserva le spoglie del Beato, la Fondazione ha da poco inaugurato una struttura che raccoglie oggetti e cimeli risalenti alle diverse fasi della vita di don Carlo: l'uomo, il sacerdote, il cappellano degli alpini e il "padre dei mutilatini".

di Claudio URBANO

don Gnocchi

«Amis, ve raccomandi la mia baracca!»: sono le parole con cui don Carlo Gnocchi affidò ai suoi cari, al momento di morire, l’opera di assistenza ai “mutilatini”. Le stesse parole accolgono ora il visitatore del Museo sulla vita del Beato ricavato nell’ex cappella del centro riabilitativo da lui voluto, ora Istituto di ricerca e cura scientifica in via Capecelatro 66, a Milano (tel. 02.403081; www.dongnocchi.it).

Un museo inaugurato il 27 ottobre scorso – per festeggiare sia i tre anni dalla beatificazione, sia i 110 anni dalla nascita del sacerdote -, con una cerimonia a cui hanno partecipato il ministro per i Beni e le attività culturali Lorenzo Ornaghi; il presidente della Fondazione Don Gnocchi monsignor Angelo Bazzari; il vescovo di Lodi monsignor Giuseppe Merisi (la cui diocesi ha dato i natali a don Carlo), insieme ad altre autorità e a molti fedeli e amici della Fondazione.

Accolti dall’invito del “padre dei mutilatini”, nell’esposizione – realizzata col contributo di Fondazione Cariplo – si può ricostruire tutta la vita di don Carlo, attraverso gli oggetti a lui appartenuti e le immagini delle sue opere. All’ingresso la lettera autografa nella quale il sacerdote, cappellano degli alpini nella campagna di Russia, nel settembre del 1942 comunica per primo al cugino Mario quella che sarà la sua missione: «Sogno dopo la guerra di potermi dedicare per sempre ad un’opera di Carità. Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i suoi poveri. Ecco la mia “carriera”».

Ripercorriamo quindi la “carriera” di don Gnocchi, iniziando dalla vita quotidiana: la scrivania, la sveglia, la macchina per scrivere, l’agendina telefonica… E ancora, la vetrina che racconta il don Carlo sacerdote: breviari, libri di preghiera e, a ricordarne la passione per la musica, i suoi spartiti. Oggetti che si staccano dalla dimensione puramente documentaristica, facendo tutt’uno con le immagini che testimoniano della sua straordinaria vitalità, come le foto in cui, sorridente, tiene in braccio i “suoi” mutilatini.

Tra le tappe principali non possono mancare i ricordi dell’esperienza bellica al fianco dei soldati, prima in Grecia e in Albania e poi in Russia, dove, facendo i conti con la dimensione del male, don Gnocchi maturò la sua personale “conversione”, decidendo di spendersi a favore degli ultimi. Scarponi, guanti, ramponi, il cappello da alpino e altri oggetti raccontano della sua esperienza nell’inferno bianco.

Poi le foto e le testimonianze della sua seconda, e definitiva, “carriera”. Il racconto di come don Carlo rispose all’invito dei vescovi che, nell’immediato dopoguerra, chiedevano di «far risuonare l’ora della carità», aprendo il primo centro per ragazzi mutilati in una villa di Arosio (Como), dove accolse il primo bambino mutilato affidatogli da una madre disperata. Una missione di carità nella quale don Carlo fu pioniere e innovatore, concependo i suoi collegi con una metodologia nuova, tesa non solo alla cura fisica, ma anche alla maturazione intellettuale, affettiva e ricreativa dei ragazzi. «Aprì i recinti in cui era chiusa la scienza medica, la vestì di carità e giustizia», si spiega nel percorso del Museo. Ecco quindi il quaderno del “Campo d’agosto” organizzato nel 1953 per l’infanzia mutilata europea (a Roma e Salerno parteciparono oltre cento ragazzi provenienti da tutta Europa), oppure le foto di una partita di calcio tra ragazzi invalidi vestiti con le maglie del Torino e della Juventus o, ancora, la visita dei mutilatini a Pio XII.

C’è anche una sezione dedicata a imprese che all’epoca ebbero grande richiamo internazionale: la trasvolata intercontinentale di Leonardo Bonzi e Maner Lualdi, che con l’aereo ribattezzato “Angelo dei bimbi” raggiunsero nel 1949 la comunità italiana di Buenos Aires per raccogliere fondi a favore delle piccole vittime della guerra; pppure, insieme alla sua fiammante Topolino “giardinetta”, due delle motociclette con cui don Gnocchi, assieme ad alcuni scout, attraversò l’Europa fino a Capo Nord nel raid della Freccia Rossa, per sensibilizzare il vecchio continente sul dramma dei bambini orfani e mutilati.

Una generosità che continua tuttora in chi ha conosciuto don Carlo o sostiene e vive la sua opera. «Dal cuore di tante persone sono stati donati tanti oggetti che sono ricordi dei rapporti tra la gente e don Gnocchi», ha spiegato monsignor Bazzari illustrando il museo e augurandosi che «attraverso lo sguardo dei visitatori nasca una scuola di formazione all’amore».

Il percorso, già molto interessante per chi voglia seguirne anche solo le testimonianze storiografiche, ha la sua conclusione naturale nell’adiacente chiesa della Fondazione intitolata al beato, inaugurata due anni fa e da poco elevata a santuario diocesano dal cardinale Angelo Scola. Qui è stata traslata l’urna con il corpo di don Gnocchi e qui si viene accolti da un’altra sua frase indimenticabile: «Altri potrà servirli meglio che io abbia saputo e potuto fare; nessun altro, forse, amarli più che io abbia fatto». Soprattutto, però, rimangono impresse le parole di chi si affida all’intercessione del Beato, scrivendo le proprie preghiere su un quaderno posto a lato dell’altare. Nessuno parla apertamente di malattie e sofferenze, tutti ringraziano o chiedono in primo luogo un sostegno: chi, giovane, per il proprio compito di educatore; chi, genitore, per crescere i figli. Nelle preghiere di tutti si coglie quella speranza e quell’amore così ben raccontate dagli oggetti di don Carlo.

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