La parrocchiale dei Santi Colombano e Gottardo, nel cuore della Brianza, è un piccolo gioiello dell'architettura romanica che merita di essere riscoperto.

testo e foto di Luca FRIGERIO

Arlate

Documenti ve ne sono pochi. Le fonti, per lo più, tacciono. Ma della chiesa dei Santi Colombano e Gottardo, ad Arlate, nel cuore della Brianza, a parlare sono le pietre stesse. Pietre che raccontano di veglie monastiche, di mormorate preghiere di generazioni e generazioni, di un intero millennio di storia e di fede. Con un linguaggio i cui accenti sono forse cambiati nei secoli, ma che resta immediatamente, naturalmente comprensibile a tutti, ieri come oggi: quello della bellezza.

Sì, è davvero bella questa appartata chiesa lecchese, sorta su un poggio come i vicini, frequentati santuari mariani di Imbersago e di Montevecchia, ma ben più antica di essi. Alle spalle la mole rocciosa del Resegone, che veglia senza incombere. E tutto, qui, è misura, semplicità, armonia. Le sfumature cangianti della pietra arenaria nel variare del sole, l’azzurro di quel cielo di Lombardia cantato dal Manzoni, il verde dei prati punteggiato dai bruni e dei gialli dei boschi. E così l’architettura, sobria ed espressiva a un tempo, vigorosa nella sua essenzialità. Tanto da rinunciare a qualsiasi tentazione decorativa, come in un’ansia di purezza, vagheggiata, e infine raggiunta.

Un’autentica gemma dell’arte romanica, insomma, questa parrocchiale di Arlate, seppur forse poco nota. Dove anche le aggiunte e i rifacimenti succedutisi nei secoli, fino agli interventi di restauro di quarant’anni fa, sembrano essere stati intimamente rispettosi, caso non comune, dello spirito iniziale dei fondatori. Fondatori che, al principio dell’XI secolo, avrebbero portato il nero abito dei monaci di Cluny, gli illuminati riformatori dell’ordine di san Benedetto, che nel solo territorio lombardo diedero vita, in rapida successione, a una settantina di priorati: centri di spiritualità, ma anche di cultura (chi più, chi meno) e di ospitalità, per viandanti, pellegrini, infermi.

In questo il monastero brianzolo non dovette fare eccezione, seppur abitato da una comunità di monache che, dicono le poche carte rimaste, non fu mai numerosa. Tanto che nel 1475, dopo essere dipeso per quattro secoli dall’abate di Pontida, il cenobio venne sciolto e il relativo beneficio affidato agli agostiniani milanesi dell’Annunciata, che lo tennero fino alle soppressioni napoleoniche. Dal 1810 la chiesa divenne quindi parrocchia a sè, con l’inizio di una nuova fase della sua storia.

Incuriosisce, tuttavia, quella duplice dedicazione a Colombano e Gottardo. Vescovo e abate cluniacense, quest’ultimo, e quindi caro alla memoria dei benedettini, invocato contro la grandine, la febbre, le malattie dei fanciulli per i molti miracoli compiutisi in suo nome. Missionario, invece, il primo, e proveniente dalla lontana Irlanda, che all’inizio del VII secolo, fra invasioni barbariche, scismi ed eresie, con i suoi compagni scese fino in Italia, promuovendo un grandioso rinnovamento evangelico e culturale. Che la chiesa di Arlate, insomma, abbia un’origine ancora più antica, precedente al Mille e scaturita, chissà, dalla presenza quassù di quei monaci nordici e itineranti? È solo una congettura, naturalmente, e tuttavia, crediamo, non priva di un qualche fascino…

Ma anche restando alla solida realtà dell’edificio, le suggestioni non mancano. Come la rude eleganza delle murature. Come l’accostamento, ben riuscito, fra vetuste memorie e artistiche opere contemporanee. Come i pochi, e quindi ancora più preziosi, frammenti degli originari affreschi. E come, soprattutto, la simbologia che pervade l’intero tempio, insititendo sul numero tre. Tre, infatti, sono le navate della chiesa. Tre le absidi. E tre le finestre che si aprono ad oriente, nell’abside centrale e maggiore, illuminando la mensa eucaristica al sorgere del sole. Luminosa allusione al mistero della Trinità, caro alla teologia benedettina e alla spiritualità monastica.

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