È uno dei dati rilevanti del 13° Rapporto sulla comunicazione, intitolato “I media tra élite e popolo”, presentato il 28 settembre

Vania De Luca

Dal 2007 al 2015, in controtendenza con la crisi economica, la spesa tecnologica è cresciuta in modo esponenziale: +191,6% per i telefoni e +41,4% per computer e audiovisivi. Netto il calo di giornali e libri: -38,7 %. È questo uno dei dati più importanti del 13° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, intitolato “I media tra élite e popolo” e presentato ieri a Roma.

Per i ricercatori c’è un termine che spiega questo boom e che è anche la parola-chiave del Rapporto: disintermediazione. In pratica gli italiani hanno risparmiato su tutto tranne che su telefonini e pc perché attraverso di essi hanno imparato a spendere meno (in soldi e tempo) per acquisire in autonomia e almeno apparentemente senza mediazioni tutta una serie di beni e di servizi. Questa tendenza non riguarda soltanto i consumi o la fruizione dei media, ma diventa – secondo il Rapporto – un autentico paradigma sociale, alimentato da «una sfiducia nelle classi dirigenti al potere e in istituzioni di lunga durata che oggi si salda alla fede nel potenziale di emancipazione delle comunità attribuito ai processi di disintermediazione resi possibili dalla rete». Allo stesso tempo, però, cresce la disponibilità a rinunciare a quote di privacy per motivi di sicurezza. Secondo l’82,8% i gestori dei social network devono controllare e segnalare i messaggi potenzialmente pericolosi e per il 75,5% i servizi di intelligence devono poter pretendere dalle aziende del web di accedere alle informazioni dei clienti.

Su internet più donne, tra i giovani Facebook supera i Tg

Conservano nettamente il primato nella lettura dei libri, ma adesso le donne hanno superato gli uomini anche nell’uso di internet: 74,1% (nel 2011 erano il 43,2%) contro 73,2.

Per quanto riguarda la principale fonte d’informazione, i tg sono in testa con il 63% degli utenti (ma erano 80,9 nel 2011) e davanti ai gr (24,7%) si piazza Facebook con il 35,5% (è primo nella fascia 14-29 anni, 58,5%). Del resto social network e piattaforme online sono ormai un “elemento costitutivo” della nostra vita quotidiana. Facebook è usato dal 56,2% degli italiani, Youtube dal 46,8%, ma è Whatsapp ad aver avuto un vero e proprio boom: lo usa il 61,3%.

Radio e tv continuano a godere di buona salute. La televisione sale ancora e si avvicina alla quasi totalità della popolazione: 97,5%, anche se oggi la fruizione è profondamente diversa dal passato, per quella tendenza alla “disintermediazione” che porta a costruirsi palinsesti sempre più personalizzati. La radio è ascoltata dall’83,9%.

Diminuiscono invece i lettori di quotidiani (il 40,5% degli italiani) e di libri (47,1%). Quotidiani online e e-book sono ancora lontani dal compensare questo calo. La quota di tutte le persone estranee ai mezzi a stampa (il Rapporto parla di press divide) si attesta ora sul 54,6%, che tra gli under 30 diventa addirittura il 61,5%. La “frattura generazionale” tra giovani e anziani è abissale: tra i primi, gli utenti della rete sono il 95,9%, tra gli over 65 il 31,3%.

De Luca: orientare i processi nel senso del bene comune

«Dobbiamo cambiare se vogliamo salvare quel che merita di essere salvato dei mondi che si stanno sgretolando intorno a noi»: lo ha detto Vania De Luca, presidente nazionale dell’Unione cattolica stampa italiana, intervenendo alla presentazione del Rapporto. Davanti al quadro di profondi e a volte spiazzanti cambiamenti che investono il mondo dei media, così come emerge dal Rapporto, la presidente dell’Ucsi ha sottolineato il dovere di porsi domande esigenti sulla qualità dell’informazione, sul rapporto di fiducia con i cittadini, sull’immagine di Paese che viene raccontata, sullo spazio necessario per un’etica dei comunicatori, sui percorsi futuri. «Servono occhi in grado di cogliere i diversi modi e livelli della comunicazione – ha affermato – perché, se è vero che adesso siamo nella fase dello smontaggio, tanto più dobbiamo avere la capacità di rimontare e proporre qualcosa di armonico». Si tratta di «orientare i processi in senso costruttivo», ha concluso la presidente dell’Ucsi, e l’orizzonte non può che essere quello del «bene comune».

De Rita: mediazione necessaria

«La disintermediazione è bellissima sul piano personale, ma non si può applicare agli ambiti in cui invece la mediazione è necessaria, come i grandi problemi collettivi». È la tesi di Giuseppe De Rita nell’intervento che ha concluso la presentazione del Rapporto.

Il presidente del Censis ha parlato del «mito della disintermediazione», alimentato dai comportamenti convergenti del premier Renzi e del Movimento5Stelle. Per De Rita il «meccanismo mentale» è lo stesso, si dipinge un quadro in cui «l’élite vuole fare mediazione e il popolo vuole disintermediare tutto», così che «chi vuole intermediare diventa subito “casta”» e i corpi intermedi diventano un ostacolo da neutralizzare. Secondo De Rita su questo meccanismo comincia a pesare «qualche ombra», perché «la realtà viene fuori per quella che è, i tempi di soluzione dei problemi si allungano, la complessità ha bisogno di essere gestita» e questo induce a riflettere. Non è un caso che il Rapporto abbia messo in luce la forte spinta alla disintermediazione personale nella fruizione dei media, ma anche una chiara richiesta di controlli sulla rete: «Quando emergono le grandi questioni, come la lotta al terrorismo e alla pedopornografia, allora gli utenti si appellano ai gestori della rete, alla magistratura, addirittura ai servizi di sicurezza».

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