Martedì 16 aprile, al Cimitero Maggiore di Milano, monsignor Mario Delpini commemora il fondatore della «Carità dell’arcivescovo», fucilato dai nazifascisti nel luglio 1944. Ingegnere, marito e padre di famiglia, attivo nell’Azione cattolica e nella Fuci, si impegnò in prima persona per dare un futuro diverso al nostro Paese

di Luca FRIGERIO

Carlo-Bianchi moglie
Carlo Bianchi insieme alla moglie, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Carlo Bianchi è stato una figura esemplare di cattolico ambrosiano. Un giovane ingegnere, marito e padre, che nella bufera della seconda guerra mondiale si è esposto in prima persona per aiutare i più deboli, attraverso la profetica istituzione della “Carità dell’arcivescovo”, lottando contro l’oppressione nazifascista per creare una società diversa e un’Italia libera e democratica, fino a pagare con la sua vita questa scelta coraggiosa. Con una commemorazione al Campo della Gloria (64), presso il Cimitero Maggiore a Milano, martedì 16 aprile alle ore 10 l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ricorderà il sacrificio di Carlo Bianchi e dei Combattenti per la libertà.

Carlo Bianchi nacque a Milano il 22 marzo 1912. Il padre Mario era titolare di una cartotecnica con annessa tipografia che dava lavoro a un centinaio di persone, tra operai e impiegati. Del personale si occupava la madre, Amalia Pomè, che in diverse occasioni fece assumere giovani in difficoltà e ragazze madri. La famiglia era profondamente religiosa, molto impegnata nella parrocchia dei Santi Nazaro e Celso alla Barona, soprattutto nell’ambito dell’assistenza ai più disagiati.

Carlo frequentò il Liceo classico presso il Collegio San Carlo a Milano. Un suo compagno, Guido Castelli, ricorda che era indubbiamente il primo della classe, ma soprattutto «era sempre pronto ad aiutarti in tutti i modi: il suo carattere, già allora, non conosceva conformismi, comode via traverse o facili accomodamenti. La sorprendente tranquillità con la quale è andato incontro al carcere, alla deportazione e alla morte, ha le sue origini proprio nel temperamento già manifestato in quegli anni, quando sosteneva in modo deciso la sua personale posizione di fronte ai problemi e alla certezza di essere nel giusto, nel buono e nell’onesto».

Iscrittosi alla facoltà di Ingegneria di Milano, sia per sua inclinazione, sia per andare incontro ai desideri dei genitori che in lui vedevano il continuatore dell’azienda di famiglia, Carlo Bianchi, che già partecipava attivamente all’Azione cattolica, entrò a far parte della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), portando il suo fattivo contributo ai vari convegni regionali e nazionali tra il 1931 e il 1935.

In quegli anni, lo studente milanese ebbe anche occasione di trascorrere lunghi soggiorni in Germania, potendo così osservare personalmente il propagarsi del nazismo, tanto che già prima dello scoppio della seconda guerra mondiale aveva “profetizzato” agli amici la catastrofe in cui sarebbero sprofondati l’Europa e il mondo intero. Non sorprese, dunque, che dopo l’8 settembre del 1943 proprio Carlo Bianchi fu uno dei primi, nell’area cattolica ambrosiana, a organizzare una forma di resistenza civile e ideale, radunando attorno a sé gli amici fucini e della San Vincenzo.

In risposta a un accorato appello dell’arcivescovo di Milano, nel dicembre del 1943 Bianchi propose un’iniziativa caritativa e sociale che ebbe l’immediata approvazione e il sostegno del cardinal Schuster, al punto che prese il nome di “Carità dell’arcivescovo”. Il programma prevedeva l’apertura di un centro di assistenza medica e legale per i più poveri, situato inizialmente in via San Tommaso (sede della Fuci), al quale si aggiunse un pensionato per studenti universitari e un gruppo di sostegno scolastico, ma anche un centro culturale dove confrontarsi su temi d’attualità, alla luce del magistero ecclesiale.

Già all’indomani dell’Armistizio, tuttavia, Carlo era entrato in contatto con esponenti cattolici della resistenza, soprattutto del bresciano, tramite comuni amici di famiglia, diventando un punto di riferimento per il Cln (Comitato di liberazione nazionale). Tra questi c’era in primo luogo Teresio Olivelli. Bianchi e Olivelli diedero alle stampe i primi “fogli volanti” per chiamare i cattolici a una «discussione sui principi informatori di un nuovo ordine sociale» da costruire alla fine della guerra e dopo la dittatura. Idee che confluirono nella realizzazione di un vero e proprio giornale clandestino, Il ribelle, il cui primo numero uscì il 5 marzo 1944.

Contemporaneamente, presso il Collegio San Carlo, sotto il coordinamento di don Andrea Ghetti (fra gli altri), continuava l’attività di aiuto e soccorso agli ebrei e a tutti coloro che erano perseguitati dai nazifascisti, attraverso la produzione di documenti falsi e l’accompagnamento dei profughi oltre confine, in Svizzera.

Una situazione di grande rischio, di cui Carlo Bianchi, giovane marito e appena diventato padre, era ben consapevole. A seguito di una delazione, infatti, il 27 aprile lui e Olivelli furono arrestati dagli agenti italiani delle SS e rinchiusi in isolamento nel carcere di San Vittore. Qui incontrò anche colui che, per paura di ritorsioni sulla sua famiglia, lo aveva denunciato alla polizia fascista: Carlo lo perdonò sinceramente, rincuorandolo.

Il 9 giugno Bianchi e Olivelli, insieme ad altri detenuti, vennero trasferiti nel campo di prigionia di Fossoli, vicino a Carpi: un centro di smistamento verso i lager nazisti, dove gli ebrei e i prigionieri politici erano sotto la giurisdizione tedesca. Carlo riuscì a fare arrivare dei messaggi ai famigliari, dove chiedeva scusa per aver procurato loro quella sofferenza, esortandoli tuttavia a stare «calmi e sereni come lo sono io: sono fiero di essere qui perché sento che soffro per il domani dei miei figli che non è fatto solo di pane e di moneta, ma innanzitutto di giustizia e libertà».

L’11 luglio 1944 venne annunciato il trasferimento dei prigionieri: in realtà furono portati nel vicino poligono di Cisbeno e fucilati. Gettati in una fossa comune, i corpi di Carlo Bianchi e degli altri 66 martiri di Fossoli vennero riesumati dopo la Liberazione. Le solenni onoranze funebri furono celebrate dallo stesso cardinal Schuster il 24 maggio 1945, che volle ricordare con commozione «il buon giovane Carlo Bianchi» e «l’entusiasmo dei suoi trent’anni».

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