Raccolti in un libro i lavori autobiografici realizzati da alcuni detenuti che hanno partecipato ai laboratori di lettura e scrittura nel carcere di Opera.

di Silvio MENGOTTO
Foto di Elisa MERCADANTE

Opera carcere

Alfonso, Giuseppe, Alfredo, Boris, Luigi, Antonio e Mario sono alcuni dei “ragazzi” scrittori che lo scorso 23 ottobre, al penitenziario di Opera, hanno presentato il libro Cara vita ti scrivo. Cambio solo il finale. Con loro sul palco erano presenti Barbara Rossi curatrice del volume e Duccio Demetrio curatore della prefazione.

Tra l’ottobre 2012 e luglio 2013 sono stati mesi di appassionata scrittura autobiografica dove convergono 6 laboratori di lettura e scrittura presenti da tempo nel carcere di Opera, creati e guidati da Barbara Rossi e Silvana Ceruti. Tra questi “Liberi di scrivere” dove sono state raccolte le tante autobiografie pubblicate nel volume. Un progetto corale, multi professionale, che si è costituito in una piccola comunità di scrittori irriducibili, tenaci, decisi e, nello scrivere, privi di autocommiserazioni. Hanno saputo sviluppare un gioco di squadra dove ogni partecipante ha messo sul tavolo ciò che poteva e voleva. Anche se non saranno famosi la penna ha permesso loro di andare “oltre” riconciliandosi con se stessi.

Uno scrivere come riscoperta della propria esistenza e resistenza umana come «emblema di vitalità del pensiero – dice Duccio Demetrio – di una sensibilità che non intende arrendersi, del desiderio di riscatto. Ai propri occhi innanzitutto».

Non è stato facile ma gli scrittori, stimolati da Barbara Rossi, Silvana Ceruti, Duccio Demetrio e Paolo Romagnoli hanno scoperto e scritto nuovi orizzonti. Scrittori non disponibili a scrivere quale gesto consolatorio dove, nei loro racconti, non chiedono commiserazione ma comprensione. Storie di uomini non liberi fuori, ma liberi dentro.

«Cara scrittura – scrive Antonio – , in te vivono pensieri nascosti che molte volte non si osa nemmeno accennare, in te trovo l’amore che ho sempre desiderato, seppur platonico, ecco con te ho scoperto il “me” che sapeva ma non osava, mi sono innamorato. Con te io rospo divento principe».

L’autobiografia, forma letteraria antichissima e attualissima, è un cammino di ricerca fattosi interiorità. Per Barbara Rossi «non è un semplice scrivere della propria vita di fatti ed episodi, e tanto meno si realizza “sporcando” un foglio di inchiostro coi primi pensieri che vengono alla mente. Implica appunto un lavoro di riflessione, meditazione, ascolto, confronto e un ri-pensamento». Un ri-ordinare le schegge dei propri ricordi «per tradurre – continua Barbara – in parole grovigli di emozioni, per poter fare i conti coi propri Demoni, per potersi confrontare riscoprendosi».

«Mentre scrivo – dice Giuseppe – mi sembra di vivere o di rivivere i miei pensieri[…]la penna deve solcare il foglio nello stesso momento che la mente sprigiona un pensiero, solo così potrai capire cosa hai dentro». Scrivere per cucire l’ordito di un senso smarrito della propria esistenza. «Scrivendo la mia autobiografia – dice Boris – ho rivissuto momenti indimenticabili della mia vita, momenti che nessuno potrà mai togliermi o portarmi via. Ti possono portare via tutto, anche la libertà, ma ciò che custodisci nel tuo cuore e nella tua mente nessuno potrà mai portarteli via». Anche il ricordo del dolore viene percepito in maniera diversa.  «Dicono che il tempo attenui il dolore – confessa Luigi – non è vero, lo senti in maniera diversa, non senti la violenza come quando ti ha colpito. Ora sei consapevole che hai annientato gran parte della tua vita, il dolore è meno violento ma più profondo, senti la tua sconfitta e fa male (…). Affido alla carta le mie parole scaricando su di essa le tensioni (…) ecco perché amo scrivere».

Scrivere l’autobiografia è un ascoltare il non ascoltato prima, un raccontare l’inaudito  lo sconosciuto e la diversità. «L’esperienza della scoperta dell’America – dice Barbara Rossi – è senza dubbio la situazione d’incontro col “diverso” per antonomasia. La storia ci narra che i conquistadores non manifestarono grande desiderio di conoscenza e comprensione della nuova realtà, e lo stesso si può dire dell’Europa. L’intento era colonizzare, evangelizzare, arricchirsi. Noi, oggi, nei panni degli Spagnoli, come approcceremmo gli Indiani d’America? O come ci siamo sentiti, quando noi siamo stati trattati come gli Indiani d’America?».

«L’autobiografia – scrive Pino Carnovali – non è una trappola è semplicemente un gioco a cui poter partecipare, una nuova avventura nell’esplorazione della creatività e della vita. Ogni volta che raccontate a qualcuno qualcosa la vostra immaginazione programma la vostra biografia che vive tutte le vostre avventure conosciute: la paura, l’insicurezza, il dolore, l’ira, l’avidità. Dovete diventare di nuovo ciò che vi tiene insieme e il vostro rapporto con gli altri, la natura di spazi e di tempi e il tessuto della realtà». «Gli uomini di questa antologia –  si legge nella prefazione –  sono la prova vivente che la scrittura autobiografica rimescola il lavoro “di getto”, con la meditazione, la ricerca delle correzioni ripetute; con il piacere di sentire che, grazie ad essa, si intraprende una via in salita, difficile, irta di dubbi. Ma che ti esalta, accogliendoti così come e dove ti trovi a un livello più alto di consapevolezza»

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