L'Ue definisce ogni anno una o due città di riferimento che simboleggiano la varietà culturale dell'Europa. Un'iniziativa sul piano identitario avviata nel 1985 grazie all'artista greca Melina Mercuri. Atene ebbe per prima lo scettro; Breslavia (Polonia) e San Sebastiano (Spagna) sono le realtà urbane scelte per il 2016

di Paolo BUSTAFFA

San Sebastiano

È incoraggiante e bello pensare che ideatrice della “Città europea della cultura”, che dal 1999 diventerà “Capitale europea della cultura”, sia stata Melina Mercuri, una donna, una cittadina greca, un’artista, una politica che ha lottato per la democrazia nel suo Paese. Ed è altrettanto significativo ricordare, dopo la tempesta economica e politica che si è abbattuta sulla Grecia, che proprio Atene fu nel 1985 la prima “Città europea della cultura”. Per questo 2016 il titolo è stato invece assunto, il 1° gennaio, da Wroclaw (Breslavia) in Polonia e da San Sebastian in Spagna.

Ancor più stimolante è pensare che, in un tempo di predominanti colori nero e grigio, la vecchia Europa abbia ancora oggi la forza e la capacità di trovare, attraverso questa iniziativa, altri colori per tenere vivo, come scrive Romano Guardini, “il suo compito e il suo destino”.

I colori della cultura consentono di credere che, nonostante tutto, “il sogno europeo” non rimarrà un bel ricordo e non morirà soffocato sotto la crosta della burocrazia, della tecnocrazia, degli egoismi nazionali, delle diffidenze reciproche, delle paure, della globalizzazione.

È questa bellezza, fragile ma feconda, a tenere accesa la speranza nel vecchio continente e, di riflesso, nel mondo. Apprezzare la diversità. Potrebbe sembrare un sogno e nulla di più. Eppure, ad esempio, è la “generazione Erasmus” a dire il contrario. Grazie a questa intuizione diventata realtà, i giovani hanno potuto e oggi possono incontrare e amare la diversità delle città europee. Una bellezza non gelosamente chiusa e difesa, ma generosamente offerta come segno di convivialità, di creatività, di futuro.

Perfino la memoria storica, in questo contesto, acquista un altro sapore e nelle piazze delle città d’Europa le austere statue dei vincitori di guerre tra popoli vicini non sono più segni di gloria: sono un monito silente ma efficace che ricorda, a visitatori provenienti da diversi Paese europei, una storia triste da cui si è usciti da pochi decenni e a cui non si deve tornare.

Anche per questo occorre cogliere nell’esperienza più che trentennale della “Capitale europea della cultura” quel messaggio che apparentemente debole è, come scrive il card. Roger Etchegaray, “la linfa che risale dalle radici per rendere verdeggianti i rami dell’albero”. In questa lettura della realtà e del futuro è Giovanni Paolo II, il 21 aprile 1986, l’anno dopo Atene prima “Città europea della cultura”, ad affermare che per l’Europa “la sfida decisiva sarà la qualità della cultura vissuta a livello di coscienza europea. Ecco la frontiera dove si gioca l’avvenire di questo continente e, in un certo senso, del mondo intero perché l’Europa occupa un posto di primo piano nella geografia culturale del mondo”.

La frontiera è dunque la “città europea”, là dove il pensiero dell’uomo europeo nasce, si nutre, dà vita a nuovi pensieri, a nuove opere, a nuovi dialoghi, a nuovi orizzonti. Di questa prospettiva furono consapevoli fin dal 1991 gli organizzatori della “Città europea della cultura”, i quali crearono una rete che permettesse lo scambio e la diffusione delle informazioni, anche per i promotori degli eventi futuri, affinché non rimanessero episodi ma fossero anelli di un percorso europeo condiviso. Non è stato facile, perché anche in queste iniziative si avviò una pericolosa competizione per ottenere un riconoscimento da cui sarebbero derivati importanti benefici economici. Volendo evitare tale deriva, le istituzioni Ue, per consentire a tutti i Paesi di ospitare a turno quella che dal 1999 si chiama appunto “Capitale europea della cultura”, hanno introdotto una nuova procedura di selezione.

Oggi è importante pendere coscienza che la “Città europea della cultura” è una risposta alle due crisi che Jacques Delors descrive nella prefazione a “Qu’avons-nous fait de l’Europe?” di Sébastien Maillard: “una crisi di fiducia nell’altro” e “una crisi di fiducia nell’avvenire”.

L’altro e l’avvenire sono i due soggetti che attendono risposte di fiducia e di speranza. Sono circondati dalla paura e dall’indifferenza ed è per questo che le loro domande sono rivolte con insistenza alla cultura che, messaggera della bellezza, prima ancora che nelle arti e nelle scienze si esprime nella dignità dell’uomo. In questa dignità, che trasforma in città un luogo anonimo, si giocano il destino e il compito dell’Europa.

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