Mostra al Castello Sforzesco fino al 25 settembre, da martedì a domenica, dalle 9 alle 17.30. Ingresso libero

di Luca FRIGERIO

Crocifissione del Bramantino

Fu un gigante, Bramantino. A dispetto di quel diminutivo, che a Bartolomeo Suardi fu affibbiato già dal Vasari per il suo palese discepolato bramantesco, ma che in realtà gli è sempre andato stretto, tanto appare originale la sua pittura e tanto si rivela geniale la sua visione. Un’arte che s’innesta in Bramante, certo, che si nutre di Leonardo, senza dubbio, che non ignora Mantegna, Foppa e i ferraresi, ma che poi sembra volersi liberare di ogni dipendenza e costrizione, rivendicando una propria via autonoma, eccentrica persino, nel pur ricco panorama lombardo fra Quattro e Cinquecento.

Proprio Milano fu il luogo d’azione privilegiato di Bramantino, dove ancor oggi si concentra il sorprendentemente esiguo catalogo delle sue opere. Bella e doverosa, quindi, è la mostra allestita nelle sale del Castello Sforzesco (www.milanocastello.it), che in queste settimane raduna i lavori del maestro lombardo normalmente “dispersi” in varie sedi milanesi – da Brera all’Ambrosiana, passando anche per alcune collezioni private – e che quindi per la prima volta offre uno sguardo d’insieme, cronologico e antologico, della produzione di Bramantino a Milano, come recita per l’appunto il titolo semplice ed esatto della rassegna. Un evento realizzato dal Comune di Milano senza il sostegno di sponsor commerciali, pensato per una vasta platea ma come esito di una serie di ricerche inedite, a dimostrazione di come l’ente pubblico possa e debba ancora farsi promotore di grandi iniziative culturali.

Di probabili origini bergamasche, come il cognome Suardi farebbe supporre, Bartolomeo fu certamente a Milano dal 1480, quando, adolescente, lo troviamo apprendista presso una bottega d’oreficeria, ma con un contratto a lui così poco “favorevole” da rivelare una situazione familiare ed economica piuttosto disagiata… Nulla sappiamo, invece, delle sue prime esperienze pittoriche, che comunque dovettero essere decisamente precoci e assai convincenti. Al punto che solo dieci anni più tardi al giovane Bramantino venne affidata l’esecuzione di un grandioso affresco nella sala del tesoro del Castello Sforzesco, raffigurante il mitico guardiano Argo: un lavoro chiaramante ispirato a Donato Bramante – all’epoca stella di prima grandezza, insieme a Leonardo da Vinci, della “squadra” di artisti al servizio di Ludovico il Moro – che da sempre ha certificato presso la critica la formazione del nostro.

Forse impegnato in un viaggio studio a Roma e nel centro Italia nell’ultimo scorcio del XV secolo (una supposizione che era cara a Roberto Longhi), a partire dal 1503 il Suardi appare impegnato a Milano in molteplici e prestigiose commissioni, legate al Duomo e soprattutto a influenti personalità della corte francese. Come Gian Giacomo Trivulzio, per il quale esegue i cartoni dei celebri arazzi dei Mesi (anch’essi nelle civiche raccolte del Castello Sforzesco), una straordinaria e complessa Crocifissione (oggi alla Pinacoteca di Brera) e perfino la progettazione del mausoleo addossato alla basilica di San Nazaro Maggiore, dimostrando così il medesimo ecclettismo del suo “maestro” Bramante.

Ma l’opera forse più significativa per cogliere l’eccezionalità di Bramantino è quella Madonna in trono, gemma della Pinacoteca Ambrosiana (dove pervenne agli inizi dell’Ottocento), di cui i curatori della mostra milanese hanno ricostruito finalmente la genesi, assegnandola al 1505 e alla chiesa di San Michele in corso di Porta Nuova. Il capolavoro del maestro lombardo mostra la Vergine col Bambino fra sant’Ambrogio e san Michele.  Ai piedi del patrono (identificabile per il flagello, suo consueto attributo iconografico, appoggiato sul trono), è disteso il corpo di un uomo, a cui corrisponde, dalla parte dell’arcangelo, un enorme rospo a pancia all’aria: a simboleggiare, con sorprendente invenzione, la vittoria del vescovo sull’eresia di Ario (motivo per cui esso riceve da Maria la palma, pur non avendo subito il martirio) e il trionfo del principe delle schiere angeliche sul demonio (un approfondimento su questa simbologia è proposta nell’articolo a seguire).  Il tutto immerso in un’atmosfera metafisica che non ha eguali nella pittura rinascimentale. 

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