COSI' E' LA VITA. IL SENSO DEL LIMITE, DELLA PERDITA, DELLA MORTE Un tema apparentemente fuori moda e controcorrente. Non ammicca al lettore il libro di don Francesco Scanziani, ma offre invece spunti di riflessione sulle domande esistenziali che da sempre l'uomo si pone.


Redazione

Un tema apparentemente fuori moda e controcorrente.
Non ammicca al lettore il libro di don Francesco Scanziani,
ma offre invece spunti di riflessione
sulle domande esistenziali che da sempre l’uomo si pone.

Parlare di “senso del limite”, di “perdita” e di “morte”, può essere persino coraggioso in un’epoca che, invece, ha elevato a propria cifra esplicativa il no limits, la competizione estrema e la censura del dolore, della malattia e della morte. Come definire altrimenti la pretese di immortalità di certa ricerca scientifica, che arriva persino a mettere le mani sulla vita?

Eppure, scorrendo le 140 pagine del volume, edito da San Paolo per la collana della Piccola enciclopedia della famiglia, si arriva al cuore delle domande di senso che, da sempre, accompagnano il peregrinare dell’uomo sulla terra: che senso ha vivere? Ma, soprattutto: perché la morte?

Vita e morte. Due momenti così apparentemente distanti, ma anche così vicini , che l’autore lega attraverso l’immagine, molto bella ed efficace, del “chinare il capo”. Sia il bimbo che nasce sia l’uomo che muore chinano il capo: l’uno per preparasi a venire al mondo, l’altro per staccarsene definitivamente. «Il gesto naturale del venire al mondo –scrive Scanziani, citando il teologo francese De Lubac – si ripropone come cifra simbolica del “paradosso” che è l’uomo, che vive tra “resistenza e abbandono”».

Allora, verrebbe da dire, la vita è, in fondo, una più o meno lunga, a seconda delle circostanze, attesa della morte, a meno che non la si sappia riempire di contenuti, anche a partire dai limiti che ogni esistenza porta con sé. Dal limite rappresentato dal proprio corpo al limite della relazione, che mi fa dipendere dagli altri, perché «l’autosufficienza è un’illusione». Questo passaggio, è stato superato, con successo, dai disabili (anzi, i “diversabili”, secondo l’autodefinizione di uno di loro), che l’autore ha incontrato attraverso le storie raccolte dall’ex-direttore de La Gazzetta dello Sport, Candido Cannavò.

Ma, soprattutto, lo ha fatto Gesù. Anche Lui, che ha volontariamente preso sulle spalle un limite, quello “umano” (condizione che si manifesterà pienamente sulla Croce in quel «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»), non si è arreso ad esso, ma lo ha affrontato e sconfitto, non perdendo mai la fiducia nel Padre, nemmeno nel momento della prova suprema («Sia fatta la tua volontà» e «Nelle tue mani rimetto il mio spirito»).

E’ questa, in definitiva, la chiave di volta di tutto: accettarsi per ciò che si è (uomini limitati, con un corpo e una storia fatta di relazioni che ci completano e, perché no, a volte ci migliorano), tenendo fisso lo sguardo su Colui che, proprio per salvarci da questo destino di morte, è morto Egli stesso, donandoci una promessa di vita eterna, che tutti ci attende.

Paolo Ferrario

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