In una mostra a Rimini «testi e immagini dialogheranno in maniera reciproca», anticipa monsignor Marco Navoni, dottore della Biblioteca Ambrosiana e membro del Comitato scientifico della rassegna

di Annamaria BRACCINI

L'anello episcopale di San Carlo e il suo Pastorale

“Una casa costruita sulla roccia”, dove la roccia è la fede e la casa sono la Chiesa e una comunità salda di credenti, capaci di non essere preda dei venti. Il titolo della mostra dedicata a san Carlo Borromeo e ospitata nei padiglioni del Meeting di Rimini, in programma dal 21 al 27 agosto prossimi, è già un’indicazione chiara e sintetica di quale sia il significato dell’esposizione, che parla di un vescovo santo, venerato nel mondo, di un riformatore della cattolicità, con un taglio squisitamente ambrosiano.
«Non potrebbe che essere così – spiega monsignor Marco Navoni, dottore della Biblioteca Ambrosiana, membro del Comitato scientifico della rassegna, direttore della Classe di studi Ambrosiani della Biblioteca fondata da Federico Borromeo – se si considera che l’attività pastorale del Borromeo si è dispiegata soprattutto, se non esclusivamente, nel contesto e a vantaggio della Chiesa di Milano. Da qui il percorso che abbiamo pensato con un carattere didattico, costruito però su una solida base scientifica che delinea in pieno i vari aspetti del ministero carolino».

Con quali strumenti comunicativi?
Testi e immagini dialogheranno in maniera reciproca, facendo riferimento a due importanti cicli iconografici. Il primo è quello notissimo dei “Quadroni di San Carlo”, che in questo anno che ricorda il IV centenario della canonizzazione, sono esposti da tempo in Duomo. L’altro è un insieme omogeneo di pitture murarie molto meno conosciuto, ma altrettanto prezioso – riprodotto anch’esso nei pannelli della rassegna -, che è detto “Ciclo di Biasca”, dal nome della cittadina svizzera in cui si trova.

La scelta dei “Quadroni” pare d’obbligo, ma perché arrivare fino in Svizzera?
Biasca è ancora oggi Capopieve delle tre Valli di rito ambrosiano del Canton Ticino. Questo riconferma, per così dire, il profilo di ambrosianità che vorremmo emergesse dalla mostra, attraverso un apparato iconografico riconducibile al nostro territorio ma anche a zone di influenza, come appunto le tre Valli, che ai tempi di san Carlo erano appartenenti alla Diocesi di Milano.

Accanto a tutto questo vi sarà anche un piccolo tesoro di arte e di fede che racconta secoli di devozione, tre preziosi manufatti che appartennero al Borromeo e che oggi possiamo considerare reliquie?
Più che accanto direi al centro della rassegna, perché l’intero percorso didattico farà perno su tre emblematici oggetti, che è corretto definire appunto reliquie, perché fanno riferimento diretto alla dignità pastorale borromaica: il suo anello episcopale, il Pastorale e il calice. Infatti, l’anello ha il valore simbolico di identificare l’unione sponsale del vescovo con la sua diocesi e, inoltre, sappiamo anche quanto san Carlo fosse sensibile a questa dedizione alla “sua” Chiesa, accolta come una sposa con cui condividere la vita. Poi, come annunciato, i visitatori potranno ammirare il bastone pastorale che è emblema del ministero e del governo del vescovo, fatto di predicazione, di visite pastorali, di guida concreta e ideale, di decisionalità legislativa. E, infine, il calice che si lega alla dimensione cultuale e sacerdotale che è propria di ogni presbitero e, a maggior ragione, del vescovo. Come san Carlo, dunque, che quale uomo di Dio trovava nella celebrazione e nella liturgia, nel momento del sacrificio eucaristico, la linfa vitale per amministrare la diocesi, con l’attività quotidiana.

Qual è il messaggio che ne deriva?
Vorrei citare il volume “Dalla tua mano. San Carlo un riformatore inattuale”, che il cardinale Tettamanzi ha pubblicato per quest’anno carolino. Mi sembra, infatti, che l’immagine che emerge dalle pagine dell’Arcivescovo e quella che vorremmo raccontare attraverso la mostra del Meeting siano strettamente connesse: difatti, al di là di alcuni aspetti forse un poco anacronistici perché connaturati strettamente all’epoca in cui visse, san Carlo è – e lo sarà ancora in futuro – santo e uomo attualissimo.

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