Parla don Giuseppe Bolis, coordinatore generale della mostra riminese sul Borromeo

di Annamaria BRACCINI

don Giuseppe Bolis

«Questa mostra nasce da un’amicizia concreta, da un incontro avvenuto l’anno scorso proprio al Meeting e da una vicinanza spirituale con la grande figura di san Carlo». Dice così don Giuseppe Bolis – sacerdote della Diocesi di Bergamo, docente in seminario e di Teologia presso l’Università cattolica di Milano – coordinatore generale della mostra riminese proprio sul Borromeo, voluta dall’Arcidiocesi di Milano e dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana. E continua don Bolis: «Chi conosce il Meeting sa che sono molti i progetti che nascono nel suo contesto, tuttavia l’idea ci è parsa immediatamente molto bella, in coincidenza con i 400 anni della canonizzazione. E la provvidenza credo che ci abbia dato una mano: infatti, dell’iniziativa sono stati subito informati il cardinale Tettamanzi e don Julián Carron, alla guida del movimento di Comunione e liberazione, che ne sono stati subito entusiasti. Siamo, così, partiti con la fase operativa e, avendo io già organizzato la mostra su sant’Agostino al Meeting di due anni fa, sono entrato nel progetto. Questo mi ha permesso di approfondire la conoscenza dell’opera del Borromeo e i suoi aspetti specifici, che mi hanno ancor più convinto dell’importanza didattica, educativa, ma soprattutto formativa per le giovani generazioni, di ciò che andavamo costruendo».

Perché?
Ho ritrovato nel magistero del santo delle affinità con don Luigi Giussani. In primo luogo, l’essere "in mezzo al popolo" cristiano; poi, l’idea della concretezza, dell’attività reale, del "fare", che se è certamente tipica di una mentalità ambrosiana e lombarda in genere, qui, da un punto di vista ecclesiale, si coniuga, quattro secoli fa come ora, con una spiritualità "alta". Basti pensare allo strumento privilegiato della visita pastorale, che ebbe in san Carlo un "campione" e che ho potuto rinvenire anche nella tradizione del nostro clero. Infine, ma sarebbe meglio dire, in primis, l’operare che fu proprio di san Carlo fin sul letto di morte. Mi ha molto colpito che il Borromeo volle lasciare quel poco che era rimasto delle sue grandi ricchezze all’ospedale Ca’ Granda, per lenire le sofferenze dei più poveri, malati e soli. Accettò la sfida di un mondo complesso, per tanti versi simile al nostro, con l’intelligenza della fede e la forza della generosità.

Come San Carlo aveva fatto anche durante la terribile peste del 1576…
Sì. La morte così diventa vita, nella completezza dell’esperienza cristiana, nell’affidamento fiducioso a Cristo, centro e fuoco della sua vocazione, del suo essere sacerdote e vescovo, della sua capacità di farsi prossimo, della legge del darsi "tutto a tutti". Come scrive lui stesso, è "la candela che, per fare luce, deve consumarsi". Mi piace ricordare che la mostra, visitabile gratuitamente, per l’intera durata del Meeting, dalle 11 alle 24 di ogni giorno, si inserisce al meglio nel tema complessivo che guiderà Rimini 2011, "L’esistenza diventa un’immensa certezza". Infatti, l’itinerario che proponiamo mette sulle tracce del cammino che portò il Borromeo a dare una forma inconfondibile alla sua identità di uomo immerso nei fermenti di una società bisognosa di ritrovare certezze e il suo destino autentico. In un tale orizzonte, vorrei evidenziare il ruolo che avranno alcuni universitari che saranno guide per la rassegna, illustrando le schede, le immagini, gli oggetti. Sarà come se san Carlo, attraversando i secoli, con la voce viva di questi giovani, torni presente tra noi, in una sorta di passaggio di consegne tra le generazioni.

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