Una bella mostra in occasione del quarto centenario della morte del gesuita che fece da "ponte" fra Occidente ed Estremo Oriente, evangelizzando secondo il metodo dell'adattamento. Un percorso fra costumi, opere d'arte e oggetti dell'epoca.

di Luca FRIGERIO
Redazione

I cinesi suoi contemporanei lo conoscevano come Li Madou, ma in tanti lo chiamavano Xitai, il “Saggio d’Occidente”, quando non addirittura Jiren, “Uomo straordinario”. E davvero è stata straordinaria l’avventura umana di padre Matteo Ricci, missionario gesuita che partì da Roma nel 1577 per concludere i suoi giorni a Pechino nel 1610, esattamente quattrocento anni fa. Un pioniere dell’evangelizzazione in Estremo Oriente, un mediatore culturale insuperato, che seppe fare da ponte, con sensibilità e intelligenza, fra mondi così lontani e diversi come potevano essere l’Europa post rinascimentale e controriformistica e la Cina della dinastia dei Ming. I cinesi suoi contemporanei lo conoscevano come Li Madou, ma in tanti lo chiamavano Xitai, il “Saggio d’Occidente”, quando non addirittura Jiren, “Uomo straordinario”. E davvero è stata straordinaria l’avventura umana di padre Matteo Ricci, missionario gesuita che partì da Roma nel 1577 per concludere i suoi giorni a Pechino nel 1610, esattamente quattrocento anni fa. Un pioniere dell’evangelizzazione in Estremo Oriente, un mediatore culturale insuperato, che seppe fare da ponte, con sensibilità e intelligenza, fra mondi così lontani e diversi come potevano essere l’Europa post rinascimentale e controriformistica e la Cina della dinastia dei Ming. Cinese fra i cinesi «Farsi cinese fra i cinesi» fu infatti il motto di padre Ricci, adottato da generazioni di missionari dopo di lui. Un programma tutt’altro che facile da realizzare, non sempre accettato nè approvato, eppure l’unico, come il gesuita aveva ben capito, che poteva portare a qualche risultato nel campo dell’apostolato nell’ambito di quella millenaria, raffinata civiltà. Un “metodo dell’adattamento”, insomma, che si basava innanzitutto sulla conoscenza e sul rispetto della cultura degli “altri”, passando quindi attraverso la condivisione della lingua, degli usi, persino dei costumi locali, affinchè l’annuncio di Cristo non apparisse come qualcosa di “estraneo” e di incomprensibile, ma risuonasse vivo e, per quanto possibile, familiare. Un’intuizione formidabile, e tuttavia non “originale”: il missionario italiano, infatti, la prese direttamente dall’insegnamento di un suo illustre “predecessore”, san Paolo, l’Apostolo delle genti per eccellenza, secondo cui i gentili possono essere chiamati alla grazia mediante la loro stessa cultura…Così, proprio in occasione del quarto centenario della morte di padre Matteo Ricci, il Museo Popoli e Culture del Pime di Milano propone oggi una mostra dedicata alla civiltà cinese del XVII secolo, per far conoscere l’ambiente sociale e culturale in cui il missionario gesuita e i suoi confratelli si trovarono ad operare, attraverso oggetti rappresentativi dell’arte, dell’artigianato e dell’estetica dell’epoca dei Ming, dai magnifici bronzi ai preziosi cloisonnés, dalle caratteristiche porcellane bianche e blu alle piccole sculture devozionali. Gli abiti dei mandarini “Cuore” della rassegna, tuttavia, sono proprio i sontuosi abiti cerimoniali tipici dei mandarini, cioè i colti e autorevoli funzionari a cui erano affidati il governo e l’amministrazione dell’impero cinese. Ben presto, infatti, Ricci si rese conto che la vera chiave d’accesso a quel mondo orientale era costituito da questa élite di dotti burocrati e letterati confuciani, con i quali era necessario confrontarsi su un piano di parità. Per i missionari cristiani, così, l’adattamento alla classe mandarinale comportò, oltre all’uso di particolari abiti, copricapi e accessori, anche l’adozione di precise abitudini e sofisticati rituali, come la mostra milanese ben evidenzia, grazie anche a un allestimento suggestivo e a un puntuale, esauriente apparato didascalico.Veniamo così a sapere, ad esempio, che le splendide “placche” destinate a ornare le vesti dei mandarini non avevano soltanto uno scopo decorativo, ma fungevano anzi da veri e propri simboli distintivi, indicando la categoria e la posizione gerarchica di coloro che li indossavano. Secondo questo codice, gli uccelli – dalla gru al fagiano, dall’oca al pavone – erano destinati ai governatori che agivano in ambito civile, mentre animali come il leone, l’orso o la pantera erano riservati a ufficiali militari. Una simbologia ricca e complessa, che si estendeva in verità a ogni dettaglio dell’abbigliamento dei funzionari imperiali, dalle calzature ai cappelli, dalle cinture alle collane, a cui i missionari occidentali, da Ricci ai padri del Pime ancora agli inizi del secolo scorso, cercarono diligentemente di adattarsi. Cinesi con i cinesi, appunto. Per approffondire La mostra Gli abiti del buongoverno si inserisce nelle iniziative promosse dal Pime di Milano per il quarto centenario della morte di Matteo Ricci e sarà visitabile fino al prossimo 15 giugno, dal lunedì al sabato, presso il Museo Popoli e Culture (via Mosè Bianchi, 94). Nella stessa sede è previsto anche un incontro di approfondimento: mercoledì 26 maggio, alle ore 21, Elettra Casarin illustrerà infatti i costumi mandarinali. Per informazioni, tel. 02.438221 – www.museopopolieculture.it –

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