«Un'opera di cuore»: così Michele Guardì ha definito il suo spettacolo tratto dal romanzo di Alessandro Manzoni. Presentato in anteprima lo scorso aprile nel Duomo di Milano alla presenza del cardinale Tettamanzi, debutterà il 18 giugno allo Stadio Meazza

di Ylenia SPINELLI
Redazione

«Un’opera di cuore». È così che Michele Guardì, noto autore televisivo, ha definito i suoi Promessi sposi, opera musicale tratta dal romanzo di Alessandro Manzoni, di cui è autore, regista e produttore. Lo spettacolo, presentato in anteprima lo scorso aprile nel Duomo di Milano alla presenza del cardinale Tettamanzi, durante la serata manzoniana “Fede, Speranza e Carità”, debutterà il 18 giugno alla Stadio Meazza di San Siro. Non c’è capitolo che Guardì non abbia messo in musica, avvalendosi della collaborazione dell’amico Pippo Flora e di un grande cast di cantanti, attori e ballerini, tra i quali spiccano i nomi di Lola Ponce e Giò Di Tonno, ex protagonisti di Notre Dame de Paris di Cocciante, rispettivamente nei ruoli della Monaca di Monza e di don Rodrigo.
I protagonisti di questo vero e proprio kolossal, con un investimento che si aggira attorno ai 5 milioni di euro, saranno invece Noemi Smorra (Lucia) e Graziano Galatone (Renzo). Entrambi non sono nuovi a spettacoli di questa portata: lei ha già vestito i panni di Pia de’ Tolomei nella Divina Commedia, opera musicale di monsignor Marco Frisina, lui quelli di Cavaradossi nella Tosca di Lucio Dalla.
«Io e Flora abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto 12 anni fa, durante le nostre vacanze estive ad Agrigento – spiega Guardì -. Abbiamo costruito l’opera piano piano, con tutto il rispetto che un testo del genere merita». E aggiunge: «Non abbiamo inserito nulla di nuovo per ragioni teatrali. Per questo dico che è un’opera di cuore, non di teatro, fatta seguendo i battiti di chi l’ha scritta, il grande Alessandro Manzoni».
Un autore che Guardì aveva iniziato ad apprezzare sin da bambino, quando, a soli 12 anni, prese in prestito da un cugino il libro dei Promessi sposi e lo riassunse su un quaderno che oggi per lui è come una reliquia. Il regista è entusiasta della sua riduzione teatrale del romanzo, scandita in 39 quadri; eppure racconta che portare a termine questa impresa non è stato facile: «Tre anni fa ci siamo arenati sul finale. Io avevo chiesto a Flora di chiudere l’opera con un Padre Nostro in italiano e latino. Me lo immaginavo cantato da Federico Borromeo e dal coro, mentre sulla scena scendeva una pioggia di acqua vera, capace di lavare la peste e far rinascere una vita nuova, ma lui mi ha risposto che non voleva scrivere la preghiera, perché non se la sentiva». Fortunatamente poi l’ispirazione è arrivata e quest’ultima è diventata davvero la scena più coinvolgente, insieme al celebre Addio monti, che Guardì ha voluto in dialetto, non «per una questione politica, ma perché è in dialetto che si hanno le forti emozioni».
Tante emozioni, ma anche scenografie grandiose, a cominciare dal Duomo, quella «gran macchina» che Renzo vide entrando a Milano, che non potrà non colpire gli spettatori, perché sarà alto 15 metri e ruoterà, come il castello dell’Innominato o il paese di Pescarenico, per lasciare spazio ad altre ambientazioni. Il lago di Como e il Resegone saranno invece proiettati su un maxi schermo. Più di 180 i costumi, realizzati da Alessandro Lai studiando quelli tradizionali della Brianza lecchese. Quanto alle musiche di Flora, Guardì le definisce moderne, con accenni pucciniani e di Weber. «Quest’opera – dice – si accosta più volentieri alla lirica che al pop».
Dopo il debutto a San Siro, dove verrà allestita un’unica tribuna di soli 20 mila posti per consentire a tutti una buona visione dello spettacolo, quest’inverno sono in programma due settimane di repliche al Teatro degli Arcimboldi alla Bicocca, che tra gli spazi tradizionali vanta uno dei palcoscenici più grandi d’Italia. «Un’opera di cuore». È così che Michele Guardì, noto autore televisivo, ha definito i suoi Promessi sposi, opera musicale tratta dal romanzo di Alessandro Manzoni, di cui è autore, regista e produttore. Lo spettacolo, presentato in anteprima lo scorso aprile nel Duomo di Milano alla presenza del cardinale Tettamanzi, durante la serata manzoniana “Fede, Speranza e Carità”, debutterà il 18 giugno alla Stadio Meazza di San Siro. Non c’è capitolo che Guardì non abbia messo in musica, avvalendosi della collaborazione dell’amico Pippo Flora e di un grande cast di cantanti, attori e ballerini, tra i quali spiccano i nomi di Lola Ponce e Giò Di Tonno, ex protagonisti di Notre Dame de Paris di Cocciante, rispettivamente nei ruoli della Monaca di Monza e di don Rodrigo.I protagonisti di questo vero e proprio kolossal, con un investimento che si aggira attorno ai 5 milioni di euro, saranno invece Noemi Smorra (Lucia) e Graziano Galatone (Renzo). Entrambi non sono nuovi a spettacoli di questa portata: lei ha già vestito i panni di Pia de’ Tolomei nella Divina Commedia, opera musicale di monsignor Marco Frisina, lui quelli di Cavaradossi nella Tosca di Lucio Dalla.«Io e Flora abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto 12 anni fa, durante le nostre vacanze estive ad Agrigento – spiega Guardì -. Abbiamo costruito l’opera piano piano, con tutto il rispetto che un testo del genere merita». E aggiunge: «Non abbiamo inserito nulla di nuovo per ragioni teatrali. Per questo dico che è un’opera di cuore, non di teatro, fatta seguendo i battiti di chi l’ha scritta, il grande Alessandro Manzoni».Un autore che Guardì aveva iniziato ad apprezzare sin da bambino, quando, a soli 12 anni, prese in prestito da un cugino il libro dei Promessi sposi e lo riassunse su un quaderno che oggi per lui è come una reliquia. Il regista è entusiasta della sua riduzione teatrale del romanzo, scandita in 39 quadri; eppure racconta che portare a termine questa impresa non è stato facile: «Tre anni fa ci siamo arenati sul finale. Io avevo chiesto a Flora di chiudere l’opera con un Padre Nostro in italiano e latino. Me lo immaginavo cantato da Federico Borromeo e dal coro, mentre sulla scena scendeva una pioggia di acqua vera, capace di lavare la peste e far rinascere una vita nuova, ma lui mi ha risposto che non voleva scrivere la preghiera, perché non se la sentiva». Fortunatamente poi l’ispirazione è arrivata e quest’ultima è diventata davvero la scena più coinvolgente, insieme al celebre Addio monti, che Guardì ha voluto in dialetto, non «per una questione politica, ma perché è in dialetto che si hanno le forti emozioni».Tante emozioni, ma anche scenografie grandiose, a cominciare dal Duomo, quella «gran macchina» che Renzo vide entrando a Milano, che non potrà non colpire gli spettatori, perché sarà alto 15 metri e ruoterà, come il castello dell’Innominato o il paese di Pescarenico, per lasciare spazio ad altre ambientazioni. Il lago di Como e il Resegone saranno invece proiettati su un maxi schermo. Più di 180 i costumi, realizzati da Alessandro Lai studiando quelli tradizionali della Brianza lecchese. Quanto alle musiche di Flora, Guardì le definisce moderne, con accenni pucciniani e di Weber. «Quest’opera – dice – si accosta più volentieri alla lirica che al pop».Dopo il debutto a San Siro, dove verrà allestita un’unica tribuna di soli 20 mila posti per consentire a tutti una buona visione dello spettacolo, quest’inverno sono in programma due settimane di repliche al Teatro degli Arcimboldi alla Bicocca, che tra gli spazi tradizionali vanta uno dei palcoscenici più grandi d’Italia. – – Parte del ricavato ai disoccupati – L’8 giugno Ballarini all’Ambrosianaparla di “Fede, Speranza e Carità”

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