Una rassegna di opere straordinarie, realizzate da maestri come Donatello, Mantegna, Giorgione, Michelangelo, Rubens nella mostra allestita in occasione dell'ostensione della Sindone

di Luca FRIGERIO
Redazione

Lungi dall’essere ostile al corpo, da duemila anni il cristianesimo comunica la sua fede spirituale proprio attraverso immagini della carne umana, pur nel variare di orientamenti teologici e di linguaggi stilistici. Come racconta in modo mirabile la mostra in corso a Venaria Reale, allestita in occasione dell’ostensione della Sindone, ma che resterà aperta fino al prossimo settembre: «Gesù. Il corpo, il volto nell’arte». Una rassegna di opere straordinarie – realizzate da maestri come Donatello, Mantegna, Giorgione, Memling, Michelangelo, Rubens -, che attraverso un articolato percorso illustrano come la civiltà occidentale ha rappresentato Colui che, non a caso, in questa iniziativa è ripetutamente indicato proprio con il nome personale «Gesù» piuttosto che col titolo messianico «Cristo», a ribadire il forte senso di «persona» riscontrabile nelle raffigurazioni del suo corpo, umano, sofferente, glorioso.
Fra i capolavori esposti alla reggia torinese ve ne sono alcuni provenienti proprio dalla diocesi di Milano. A cominciare dalla grande tela di Giovanni Battista Crespi detto il Cerano, oggi conservata nella chiesa del Seminario arcivescovile di Seveso. Raffigurante Gesù in croce fra san Francesco e gli apostoli Filippo e Giacomo Minore, il dipinto fu realizzato attorno al 1625 per la scomparsa chiesa milanese di San Protaso ad Monachos. Fedele interprete della sensibilità borromaica, quella religiosa di san Carlo, quella culturale del cardinal Federico, Cerano dà vita qui a un’opera sublime, di intensa passionalità, di forte spiritualità, che si concentra proprio nel corpo esangue, e tuttavia luminoso, del Cristo crocefisso, offerto alla venerazione dei santi «trasportati» sul Calvario, ma soprattutto a quella di tutti i fedeli, in ogni epoca. La struttura rigorosa della composizione, geometricamente spartita e scandita, appare come una sorta di «sigillo» finale, dove tutto è compiuto, e dove le tenebre che avvolgono il Golgota sembrano perfino annunciare la notte tragica della peste di manzoniana memoria, ormai imminente. Una teatralità, questa di Giovanni Battista Crespi, consonante con quella stessa dei Sacri Monti prealpini, fatta di gesti, di sguardi, di scenica presenza: Giacomo contempla, Filippo mostra, Francesco prega.
Un altro quadro ambrosiano presente alla Venaria è il «Cristo nell’orto», gemma tra le più preziose del Museo Diocesano di Milano, già appartenente alla Quadreria arcivescovile. Autore è Simone Peterzano, bergamasco di nascita, allievo di Tiziano e a sua volta maestro di quel Michelangelo Merisi detto il Caravaggio di cui si sta celebrando il quarto centenario della morte. Anche in questo caso, il soggetto si inserisce in uno specifico contesto borromaico e post-tridentino: Gesù in preghiera nell’orto degli ulivi, infatti, come del resto i diversi episodi della Passione, era tema particolarmente caro alla predicazione di san Carlo, rispondendo all’esigenza di mostrare ai fedeli Cristo quale icona sofferente e modello di santità. Il dipinto è databile attorno al 1580, e pur aderendo al clima austero dell’epoca rivela ancora la matrice naturalistica del Peterzano, sia nella resa della vegetazione in primo piano, sia nell’effetto notturno dello sfondo, squarciato dai bagliori degli armati che si avvicinano nel buio.
Si tratta invece di un pregevole lavoro di oreficeria tardogotica la Pace con l’Imago Pietatis appartenente al Tesoro della basilica di Sant’Ambrogio. Pur rimaneggiata, l’opera s’impone ancora per la sua fulgida bellezza: la figura di Cristo, con le braccia incrociate all’altezza dei polsi (immagine quanto mai sindonica!), affiancata da due angeli adoranti, si erge dal sarcofago coperto dal sudario e recante, sulla fronte, lo stemma di san Bernardino da Siena (cioè il monogramma di Cristo sormontato dalla croce inserito entro un sole con dodici raggi) e quello della città di Milano, con croce rossa in campo bianco. In armonia con la sua funzione – la Pace, infatti, veniva offerta durante la messa al bacio dei fedeli – l’iconografia allude al mistero della morte e resurrezione di Gesù, ponendosi come sintetica quanto efficace meditazione salvifica proprio secondo lo «stile» bernardiniano. A ribadire, con estrema efficacia, come Gesù non sia un’idea astratta, nè un concetto filosofico, ma una persona vera, reale: il mistero straordinario, e perfino scandaloso, di un Dio che si è fatto uomo per amore. Lungi dall’essere ostile al corpo, da duemila anni il cristianesimo comunica la sua fede spirituale proprio attraverso immagini della carne umana, pur nel variare di orientamenti teologici e di linguaggi stilistici. Come racconta in modo mirabile la mostra in corso a Venaria Reale, allestita in occasione dell’ostensione della Sindone, ma che resterà aperta fino al prossimo settembre: «Gesù. Il corpo, il volto nell’arte». Una rassegna di opere straordinarie – realizzate da maestri come Donatello, Mantegna, Giorgione, Memling, Michelangelo, Rubens -, che attraverso un articolato percorso illustrano come la civiltà occidentale ha rappresentato Colui che, non a caso, in questa iniziativa è ripetutamente indicato proprio con il nome personale «Gesù» piuttosto che col titolo messianico «Cristo», a ribadire il forte senso di «persona» riscontrabile nelle raffigurazioni del suo corpo, umano, sofferente, glorioso.Fra i capolavori esposti alla reggia torinese ve ne sono alcuni provenienti proprio dalla diocesi di Milano. A cominciare dalla grande tela di Giovanni Battista Crespi detto il Cerano, oggi conservata nella chiesa del Seminario arcivescovile di Seveso. Raffigurante Gesù in croce fra san Francesco e gli apostoli Filippo e Giacomo Minore, il dipinto fu realizzato attorno al 1625 per la scomparsa chiesa milanese di San Protaso ad Monachos. Fedele interprete della sensibilità borromaica, quella religiosa di san Carlo, quella culturale del cardinal Federico, Cerano dà vita qui a un’opera sublime, di intensa passionalità, di forte spiritualità, che si concentra proprio nel corpo esangue, e tuttavia luminoso, del Cristo crocefisso, offerto alla venerazione dei santi «trasportati» sul Calvario, ma soprattutto a quella di tutti i fedeli, in ogni epoca. La struttura rigorosa della composizione, geometricamente spartita e scandita, appare come una sorta di «sigillo» finale, dove tutto è compiuto, e dove le tenebre che avvolgono il Golgota sembrano perfino annunciare la notte tragica della peste di manzoniana memoria, ormai imminente. Una teatralità, questa di Giovanni Battista Crespi, consonante con quella stessa dei Sacri Monti prealpini, fatta di gesti, di sguardi, di scenica presenza: Giacomo contempla, Filippo mostra, Francesco prega.Un altro quadro ambrosiano presente alla Venaria è il «Cristo nell’orto», gemma tra le più preziose del Museo Diocesano di Milano, già appartenente alla Quadreria arcivescovile. Autore è Simone Peterzano, bergamasco di nascita, allievo di Tiziano e a sua volta maestro di quel Michelangelo Merisi detto il Caravaggio di cui si sta celebrando il quarto centenario della morte. Anche in questo caso, il soggetto si inserisce in uno specifico contesto borromaico e post-tridentino: Gesù in preghiera nell’orto degli ulivi, infatti, come del resto i diversi episodi della Passione, era tema particolarmente caro alla predicazione di san Carlo, rispondendo all’esigenza di mostrare ai fedeli Cristo quale icona sofferente e modello di santità. Il dipinto è databile attorno al 1580, e pur aderendo al clima austero dell’epoca rivela ancora la matrice naturalistica del Peterzano, sia nella resa della vegetazione in primo piano, sia nell’effetto notturno dello sfondo, squarciato dai bagliori degli armati che si avvicinano nel buio.Si tratta invece di un pregevole lavoro di oreficeria tardogotica la Pace con l’Imago Pietatis appartenente al Tesoro della basilica di Sant’Ambrogio. Pur rimaneggiata, l’opera s’impone ancora per la sua fulgida bellezza: la figura di Cristo, con le braccia incrociate all’altezza dei polsi (immagine quanto mai sindonica!), affiancata da due angeli adoranti, si erge dal sarcofago coperto dal sudario e recante, sulla fronte, lo stemma di san Bernardino da Siena (cioè il monogramma di Cristo sormontato dalla croce inserito entro un sole con dodici raggi) e quello della città di Milano, con croce rossa in campo bianco. In armonia con la sua funzione – la Pace, infatti, veniva offerta durante la messa al bacio dei fedeli – l’iconografia allude al mistero della morte e resurrezione di Gesù, ponendosi come sintetica quanto efficace meditazione salvifica proprio secondo lo «stile» bernardiniano. A ribadire, con estrema efficacia, come Gesù non sia un’idea astratta, nè un concetto filosofico, ma una persona vera, reale: il mistero straordinario, e perfino scandaloso, di un Dio che si è fatto uomo per amore. Fino a settembre – Curata da monsignor Timothy Verdon, promossa in collaborazione con l’Associazione Sant’Anselmo – Imago Veritatis, la mostra “Gesù. Il corpo, il volto nell’arte” è visitabile fino al prossimo 5 settembre presso le Scuderie Juvarriane della Reggia di Venaria (Torino). Orari: da martedì a domenica, dalle 9 alle 18.30 (sabato fino alle 21.20, domenica fino alle 20). Catalogo SilvanaEditoriale. Per informazioni e prenotazioni, tel. 011.4992333 – www.lavenaria.it –

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