Nato nel 1010 a Cucciago, vicino a Cantù, Arialdo ha lottato fino al martirio per restituire dignità e credibilità alla Cattedra di Ambrogio in tempi difficili. Oggi le sue spoglie sono venerate nel Duomo di Milano e il suo culto è accostato a quello dei santi patroni della diocesi. Da sabato 27 giugno, le iniziative per celebrare il suo millenario.

Redazione
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Sant’Arialdo nasce a Cucciago verso il 1010, da una famiglia originaria di Carimate che appartiene alla nobiltà dei valvassori. Avviato agli studi umanistici al fine di consentirgli di abbracciare in seguito la carriera ecclesiastica, Arialdo frequenta dapprima le scuole della cattedrale milanese, poi prosegue gli studi in Francia, forse a Parigi, a Cluny, in Germania conseguendo un’ampia conoscenza delle arti liberali e della Sacra Scrittura. Sant’Arialdo nasce a Cucciago verso il 1010, da una famiglia originaria di Carimate che appartiene alla nobiltà dei valvassori. Avviato agli studi umanistici al fine di consentirgli di abbracciare in seguito la carriera ecclesiastica, Arialdo frequenta dapprima le scuole della cattedrale milanese, poi prosegue gli studi in Francia, forse a Parigi, a Cluny, in Germania conseguendo un’ampia conoscenza delle arti liberali e della Sacra Scrittura. La Pataria Nel 1045 ritorna a Milano: ha idee ben chiare sul dovere di operare per il bene della Chiesa, anche con il sacrificio della propria vita. Trova, sulla cattedra di sant’Ambrogio, Guido da Velate, un membro della nobiltà di secondo grado, uomo furbo, corrotto e simoniaco che, per contrastare il capitolo dei “cardinali” che sono nobili di primo grado, si circonda di persone che ritiene amiche, come Anselmo da Baggio, che nomina membro del capitolo e il nostro Arialdo, che vuole diacono della Cappella arcivescovile. Ma Arialdo si rende subito conto delle gravi difficoltà in cui versa la Chiesa ambrosiana: per le lotte tra l’imperatore e Roma, per i fermenti dei poveri contro i nobili; più ancora per la dilagante corruzione del clero dedito al concubinato e alla simonia, la vendita dei benefici ecclesiastici. Egli abbandona allora l’incarico di maestro nella scuola annessa alla Cattedrale e si getta a capofitto nel movimento di riforma chiamato “pataria” perché composta da gente che i milanesi chiamano, spregiativamente, “patée”, straccioni. Trova, a capo di questo movimento, Anselmo da Baggio, anch’esso in lotta contro l’arcivescovo, e il notaio Landolfo Cotta. La sua veemente predicazione Arialdo incomincia la sua veemente predicazione a Varese, attirandosi subito l’odio di alcuni chierici del contado che, per ritorsione, compiono una azione notturna punitiva per rovinare le sue proprietà di Cucciago. Ma non è tipo da lasciarsi facilmente intimidire: con i suoi seguaci è perentorio: “Chi è pronto a dare la vita per Gesù Cristo venga con me, chi non ha tale coraggio fugga e si nasconda”. Si porta di nuovo a Milano presso la chiesa di Santa Maria alla Porta, divenuta centro del movimento pattaro, e qui, con venti libbre d’argento inviategli dai suoi famigliari, costruisce una casa dove raccoglie chierici e preti che fanno vita in comune, dando così inizio ad una istituzione che si trasforma presto in una vera canonica regolare. Nel 1061, morto Landolfo Cotta, associa nella predicazione suo fratello Erlembaldo, capo militare dei patarini che sono ormai in aperta rivolta contro l’arcivescovo. Guido da Velate reagisce con violenza, resistendo anche ai richiami e alle scomuniche di Roma dove, nel frattempo, è salito al soglio pontificio, con il nome di Alessandro II, proprio quell’Anselmo da Baggio con il quale ha condiviso anni di lotta. Accanto ai santi Ambrogio e a Carlo Alla Pentecoste del 1066 l’arcivescovo, scomunicato, lancia l’interdetto su Milano e costringe Arialdo ad allontanarsi dalla città. Questi, tradito da un prete di S. Vittore all’Olmo, viene catturato dalle guardie di Donna Oliva, nipote di Guido, e portato nella rocca di Angera. Da qui è portato sull’isoletta Partegora di fronte ad Angera, torturato e orrendamente mutilato da due chierici che ne gettano il cadavere nel lago appesantito da alcuni massi. E’ il 26 giugno 1066. Nel maggio dell’anno successivo, narrano i suoi biografi, le sue spoglie, come per miracolo, giungono a riva intatte. Portate trionfalmente a Milano tra due ali continue di fedeli, vengono sepolte dapprima nella chiesa di San Celso, poi nella basilica di San Dionigi e, infine, nel 1538, in Duomo, accanto all’amico Erlembaldo. La Chiesa che, con decreto della Congregazione dei Riti del 12 luglio 1904, ha approvato il suo culto lo accosta ai due massimi patroni della Chiesa milanese, sant’Ambrogio e san Carlo. Le celebrazioni a Cucciago Per celebrare il millenario di sant’Arialdo, Cucciago (Co) propone una serie di eventi, a partire da sabato prossimo 27 giugno, quando si terrà una solenne processione che, partendo dalla torre medievale del paese (tradizionalmente identificata come casa natale del martire) proseguirà attarverso le vie del centro fino alla chiesa di San Vincenzo – luogo delle sue devozioni – e alla parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio, edificata sul primitivo tempio voluto proprio da Arialdo. Durante la Messa, inoltre, la cantoria eseguirà l’Inno a sant’Arialdo composto da mons. Mambretti. Convegni, mostre e pellegrinaggi terranno viva nel territorio, per tutto il 2010, la memoria di sant’Arialdo.

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