A novant'anni dalla fine di quella «inutile strage», un'analisi del coinvolgimento del mondo cattolico milanese, a cominciare dal ruolo del cardinal Ferrari, che aprì l'arcivescovado alle famiglie dei soldati e trasformò i seminari in ricoveri.


Redazione

04/11/2008

di Luca FRIGERIO

Novant’anni fa finiva per gli italiani una guerra tremenda e devastante, incomprensibile ai più, detestata da molti, esaltata da altri. E tuttavia una guerra infine “vittoriosa”, a lungo celebrata con il pietoso ricordo per i caduti, e forse con eccessiva retorica. Oggi, a tanti anni dalla sua conclusione, la memoria di quella Grande guerra, che condizionò e stravolse la vita di milioni e milioni di uomini in tutta Europa, appare ormai piuttosto offuscata.

Eppure nel nostro Paese non esiste borgo che, per quanto piccolo e sperduto sia, non abbia pianto i suoi morti e non rechi una lapide o un monumento in memoria di quanti soffrirono e perirono in quell’immane conflitto. Testimonianza del peso straordinario che quell’evento ebbe nella nostra storia nazionale.

I cattolici italiani non avevano voluto il conflitto. Anzi, confortati dalle parole di papa Benedetto XV di condanna per quella “inutile strage”, per la maggior parte vi si erano opposti con tenacia. Ma di fronte alla decisione di scendere in guerra, pur non condividendo le ragioni dell’intervento, obbedirono consapevolmente, pronti a compiere il proprio dovere di cittadini italiani.

Lo stesso cardinal Ferrari, a Milano, mantenne per tutta la durata della Grande guerra un atteggiamento ispirato ad una sorta di “patriottismo pastorale” che caratterizzò l’impegno ambrosiano negli anni del tragico conflitto. «Nell’arcivescovo», scriveva infatti lo storico Giorgio Rumi, «vi era innanzitutto la preoccupazione di garantire ai fedeli della diocesi non solo il servizio divino, ma soprattutto il conforto della presenza del clero, nonostante la nutrita mobilitazione dei sacerdoti».

Convinto forse dell’inevitabilità della guerra, il cardinal Ferrari interpretò il proprio compito essenzialmente in senso caritativo, a sollievo, per quanto possibile, dei combattenti e delle loro famiglie. Durante gli anni della guerra, l’arcivescovado di Milano venne così trasformato in quartier generale per l’assistenza religiosa dei cappellani e dei soldati al fronte, mentre per volontà dell’arcivescovo fu attivato un ufficio per comunicare alle famiglie notizie dei caduti, dei prigionieri, dei feriti e dei dispersi.

Due dei tre seminari ambrosiani, quelli di Milano e di Monza, furono adibiti a ospedali militari, e lo stesso avvenne con i collegi arcivescovili e con molti istituti religiosi. E mentre le autorità civili, come al tempo della peste di san Carlo, si allontanavano dai “focolai di infezione”, Ferrari continuava con carità e coraggio le sue visite ai malati, onorando degnamente la tradizione ambrosiana che nei momenti più drammatici della sua storia ebbe nei propri vescovi degli autentici padri.

Tra il 1915 e il 1918 furono oltre cinquecento i sacerdoti ambrosiani richiamati alle armi, circa un quarto del totale. Alcuni divennero cappellani, rivestendo così un ruolo significativo nelle file dell’esercito italiano, anche perché le autorità politiche e militari, almeno fino a Caporetto, non promossero alcuna seria opera di assistenza fra le truppe. In gran parte, tuttavia, i religiosi rimasero semplici preti-soldati, condividendo i disagi della trincea e le paure degli assalti.

Fu proprio dall’esperienza dolorosa della guerra che maturò nel clero ambrosian o, ed in quello cattolico europeo in genere, una nuova consapevolezza del proprio ruolo nella società, più vicino ai reali problemi della gente, più attento ai bisogni quotidiani dei fedeli. E, non a caso, fu proprio sui campi di battaglia che si possono ritrovare, in molti cattolici e in buona parte del clero, le radici della futura opposizione a un’ideologia della violenza come il fascismo.

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