Della sua vita, oggi, si sa davvero poco. E il suo nome, purtroppo, è sconosciuto ai più. Ma all'epoca dei Borromeo, Fede Galizia ebbe fama grandissima d'eccelsa pittrice. Caso non comune, eppure non unico, di artista donna, in un mondo maschile, e in fondo un po' maschilista, come quello dell'arte.


Redazione

07/03/2008

di Luca FRIGERIO

Milano, in queste settimane, si è come proclamata città della pittura “al femminile”, con l’ampia rassegna in corso a Palazzo Reale che presenta le opere di quasi duecento artiste lungo quattro secoli, d al Rinascimento al Surrealismo. Una mostra che non manca di aspetti interessanti e che ha il merito di aver dato visibilità all’“altra metà dell’arte”, e che tuttavia lascia perplessi per alcune scelte discutibili, a cominciare dall’assenza di qualsiasi informazione biografica delle pittrici presentate.

Di Fede Galizia l’esposizione milanese offre un “amletico” ritratto e una “natura morta” di rarefatta bellezza, genere di cui la nostra fu, se non ideatrice, pioniera assoluta e inarrivabile interprete. Se infatti il primato di aver eletto quale protagonista assoluto di un dipinto un “semplice” cesto di frutta spetta al genio di Caravaggio , nell’ultimissimo scorcio del XVI secolo, Fede già nel 1602 contribuiva a questa rivoluzione artistica e culturale firmando la prima di una serie di still-life di malinconica perfezione.

Altro che banale esercizio decorativo… Basta osservarle con attenzione, lasciarsi avvolgere da quella loro atmosfera silente, per intuire quale “deposito” di spiritualità vi sia in queste nature morte, struggenti e consapevoli meditazioni sulla caducità del vivere, espressione di un desiderio di infinito e d’eterno da cercare anche nella particella più minuta del Creato. Come si era ben accorto, del resto, un uomo colto e profondamente religioso come il cardinale Federico Borromeo…

Ma Milano ha anche altre tracce, e permanenti, dell’artistica creatività di Galizia. Seppur non eclatanti, come schiva e discreta fu per tutta la vita questa signora della pittura, falciata dalla peste del 1630 come molti della sua generazione. Il pellegrinaggio sulle orme di Fede, così, potrebbe portarci in quel tempio borromaico che è la chiesa di Sant’Antonio Abate, nell’omonima via, adiacente all’Università degli Studi. Qui, legata da stima e affetto per i padri Teatini, la nostra artista dipinse un ieratico san Carlo che regge la croce con il Santo Chiodo (oggi nel Museo del Duomo) e le possenti figure degli eremiti della Tebaide, Antonio e Paolo , colti con vivace espressività nel momento in cui un nero corvo, strumento della divina Provvidenza come già fu per Elia, porge loro il nutrimento terreno. Due tele straordinarie, da pochissimo restaurate e quindi ben visibili nella parte alta del presbiterio.

E poi ancora tre mete. La vicina chiesa di Santo Stefano Maggiore, innanzitutto, che nelle cappelle purtroppo oscurate, ma in via di recupero, conserva di Fede Galizia un Noli me tangere di leonardesco naturalismo, illuminato da una luce irreale che pare diffondersi dalle membra stesse del Risorto, avvolgendo la Maddalena, e l’umanità intera. Quindi il Museo Diocesano, con un Cristo nell’orto degli ulivi che Fede riprese dal Correggio, e che più di un arcivescovo milanese pose davanti agli occhi nelle veglie notturne.

Infine la Pinacoteca Ambrosiana, dove ci attende il ritratto, di brutale e affascinante realismo, di quel portento di erudizione che fu Paolo Morigia: un dipinto, il primo accertato della giovane artista, che nel sorprendente dettaglio della stanza riflessa negli occhiali si pone a metà strada fra Van Eyck e il verismo ottico lombardo. Un piccolo, grande “miracolo”, come lo definivano gli stupiti commentatori dell’epoca, operato da Fede Galizia, donna è vero, ma prodigiosa amazzone della pittura.

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