L'India non è affatto grande, l'Africa è piccolissima, l'Iraq e l'Afghanistan sono più estesi dell'intero "continente nero", la Cina si sta di nuovo rimpicciolendo, l'America è sempre la stessa, la Russia si è ingrandita di nuovo dopo anni di esistenza ristretta... Non è una sciocca filastrocca per bambini, né un gioco di società fatto a tavolino e neppure un'esercitazione di "fantageografia". E' la traduzione concreta di come i mezzi di comunicazione raccontano il mondo, che emergerebbe se si stabilisce un'equazione tra la quantità di spazio che l'informazione dedica a un Paese o a un continente e le dimensioni che, di conseguenza essi assumono ai nostri occhi.


Redazione

12/09/2008

di Marco DERIU

Ciò che per i media non esiste, alla fine perde di importanza anche per noi. Le situazioni di cui non si parla finiscono presto nel dimenticatoio, le nostre coscienze si infarciscono dei vuoti a perdere di notizie probabilmente curiose ma prive di importanza e di effettivo interesse per chi aspira naturalmente a essere “cittadino del mondo”.

Un esempio tra i tanti: domenica scorsa un telegiornale nazionale della tv di Stato nell’edizione delle ore 13 ha dedicato ampio spazio a 9 orsi polari impegnati a nuotare tra le onde del mare dell’Alaska a causa dello scioglimento dei ghiacci, raccontando non senza un certo pathos ai telespettatori che le loro possibilità di sopravvivenza erano sempre meno. Fatti assai più importanti non hanno avuto alcuna copertura informativa.

Per un gruppo di orsi in pericolo, quante sono le persone che nello stesso momento, in tutto il mondo (magari anche in località più vicine a noi) vedono la propria vita messa a rischio da guerre, carestie o eventi naturali? La notizia degli orsi può essere curiosa e legata a fenomeni ambientali di più vasta portata, ma non è certo meritevole di tanta attenzione. Né si può invocare a giustificazione della testata in questione l’aver dedicato altrettanto spazio, in precedenza, alle possibili conseguenze nefaste del passaggio a New Orleans di un uragano che ha già portato morte e distruzione a Cuba.

Il mondo inevitabilmente frammentario che ci viene raccontato dai mezzi di comunicazione assume contorni deformati ed entra nel nostro immaginario soltanto per gli aspetti più curiosi, più emozionanti o più insoliti.

Com’è avvenuto regolarmente per altre situazioni simili, il dramma dei cristiani indiani, di cui nei giorni scorsi si è parlato in seguito alle truci persecuzioni in corso nell’Orissa, è stato presto archiviato da quasi tutte le testate nazionali. Il racconto della crisi dell’Ossezia è tutto incentrato sulle mosse politico-diplomatiche dei governi stranieri, mentre pochi ci raccontano, oltre qualche flash, in quali condizioni si trovino gli abitanti di quei territori. Altri luoghi, come per esempio il Darfur , hanno evidentemente fatto la loro epoca, dato che giornali e tg non ne parlano più; eppure non risulta che laggiù la crisi sia risolta. E l’elenco delle tragedie dimenticate potrebbe continuare a lungo , a dimostrazione della superficialità diffusa con cui le redazioni giornalistiche scelgono di far diventare notizie i fatti del giorno.

All’estero non è così: in Gran Bretagna, Francia, Germania e in molti altri Paesi occidentali “avanzati” lo sguardo dei media sul mondo è più largo e, pur dedicando il dovuto spazio alle vicende domestiche, non omette così larghe fette di mondo come invece avviene da noi. Nell’epoca del “villaggio globale” e della comunicazione mondiale, questa appare come un’evidente contraddizione. Eppure l’ostinazione dei mezzi di comunicazione in questa direzione non cede.

Aspettando che i direttori di testata e i responsabili delle redazioni si accorgano di quanto è controproducente e scorretto questo modo di (non) informare, prendiamoci la briga di sfogliare periodicamente le pagine di un atlante o maneggiare un mappamondo. L’esercizio ci può aiutare a non dimenticare l’esistenza di un mondo ben più grande e più complesso di come i media lo rappresentano.

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