(seconda parte)


Redazione

SOLI SUL PACK
Nell’impatto con i ghiacci dieci uomini furono sbalzati fuori dalla navicella: Nobile e Cecioni rimasero feriti; il meccanico Pomella fu ritrovato privo di vita. Impotenti videro il dirigibile riprendere quota, portandosi via i sei rimasti prigionieri nell’involucro ormai privo di comandi: Alessandrini, Caratti, Ciocca, Arduino, Pontremoli e Lago. Di loro non si saprà più nulla: l’Italia, probabilmente, si inabissò di lì a poco nel mare artico trascinando con sé i sei sventurati.

I sopravvissuti cominciarono ad organizzarsi per quella che sembrava un’impresa del tutto disperata: sopravvivere sul pack in attesa dei soccorsi. Fu recuperata una parte dei viveri che erano a bordo dell’aeronave, ma il vero colpo di fortuna fu il rinvenimento della radio di soccorso Ondina 33 e della tenda preparata per la discesa sul Polo. La tenda venne colorata di rosso con l’anilina perché fosse più visibile tra i ghiacci , e rappresentò un provvidenziale rifugio fino all’arrivo dei soccorritori, 48 giorni più tardi.

Poiché non vi era risposta ai continui appelli lanciati via radio, cinque giorni dopo la tragedia, Mariano, Zappi e Malmgren decisero di tentare di raggiungere la terraferma a piedi per cercare aiuto. Una missione generosa ma pressoché impossibile, che costò la vita a Malmgren e il congelamento a Mariano. Il 3 giugno, finalmente, un giovane radioamatore russo, Schmidt, captò l’Sos della tenda rossa. La notizia che sul pack vi erano dei superstiti dell’Italia fece ben presto il giro del mondo, suscitando una straordinaria gara di solidarietà.

LA SPEDIZIONE DI SOCCORSO
La drammatica vicenda dei superstiti dell’Italia, stretti nella tenda rossa sul pack, tenne con il fiato sospeso milioni di persone in tutto il mondo . I soccorsi, fino ad allora affidati all’intraprendenza e alla sensibilità dei singoli, si moltiplicarono rapidamente, anche se mancò sempre un reale coordinamento. Diversi Paesi misero a disposizione navi e aerei, uomini e mezzi nella più imponente manifestazione di solidarietà umana che la storia delle esplorazioni geografiche ricordi.

Anche l’anziano esploratore Amundsen volle partecipare personalmente alle ricerche per cercare di salvare il vecchio compagno di avventure: «È indispensabile che si faccia presto», aveva affermato. «Solo chi, come me, è stato confinato per tre settimane sui ghiacci può comprendere cosa questo significhi». Ma il 18 giugno l’idrovolante francese su cui volava si inabissò nelle gelide acque del mare di Barents. E il suo non fu purtroppo il solo tributo pagato dai soccorritori.

Il 20 giugno, finalmente, Maddalena, a bordo del suo aereo (noleggiato da un gruppo di privati), individuò per la prima volta la tenda rossa e i suoi occupanti. Ai naufraghi furono lanciati nei giorni seguenti viveri, indumenti e medicine. Per loro, infatti, l’attesa sarebbe stata ancora lunga. Solo tre settimane più tardi, il 12 luglio, il rompighiaccio russo Krassin riuscirà, dopo molte peripezie, a raggiungere i superstiti e imbarcarli, portandoli in salvo.

DOPO LA TRAGEDIA, LE POLEMICHE
Molte furono le polemiche che seguirono al disastro dell’Italia. A Umberto Nobile non fu mai perdonato di essere stato salvato per primo, quando, il 23 giugno, il Fokker 31 dello svedese Lundborg riuscì ad atterrare vicino alla tenda rossa. Sembrò un atto di vigliaccheria da parte del comandante, anche perché il motorista Cecioni era seriamente ferito. Ma Nobile si difese sempre da queste accuse ricordando che la sua presenza alla base era necessaria per organizzare i soccorsi. A sua volta egli attaccò invece il governo italiano di allora, colpevole secondo lui di aver fatto troppo poco per tentare di salvare i superstiti e i dispersi.

Difficile sapere come siano andate realmente le cose, ma il biografo norvegese di Amudsen ha scritto che il fascismo avrebbe preferito che i protagonisti della vicenda dell’Italia fossero tutti morti: «La sconfitta non è più una sconfitta se ci sono gli eroi, i sopravvissuti invece sono scomodi».

Luca Frigerio

(25/07/08)

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