In mostra in cima al "Pirellone" manufatti da tutto il mondo che raccontano la vita degli uomini, la loro fede, le loro esigenze quotidiane, dalla preistoria ai nostri giorni. Pezzi che provengono dalla sezione etnografica dei Musei Vaticani.

di Luca FRIGERIO

A volte per vedere meglio le cose, bisogna cambiare prospettiva. Mettersi a una certa “distanza”, per valutare le questioni nella loro interezza, comprenderle nella loro complessità…

È un po’ quello che accade con la mostra Anthropos, allestita al Belvedere di Palazzo Pirelli a Milano, al trentunesimo piano. Da lassù, in questa suggestiva location dalle enormi pareti vetrate, la metropoli si distende ai nostri piedi in un mosaico di strade e di case, di tetti e di campanili. E si scopre come una città “nuova”, variegata eppure compatta, ricca nella diversità, unita nelle differenze. Proprio come questa nuova rassegna invita a fare nei confronti di Expo 2015, che richiede uno sguardo “alto” per abbracciare le vaste tematiche che questo grande evento propone, nella sua reale universalità.

Una trentina i pezzi esposti, dagli albori della storia umana ai nostri giorni, in rappresentanza di tutti i continenti e, quindi, della varie culture e civiltà, fedi e tradizioni. Senza la pretesa, impossibile, di “dire” tutto, ma con il desiderio di rammentare ai visitatori come, proprio nella straordinaria ricchezza e nell’enorme complessità culturale di questo nostro mondo, vi siano dei “fili rossi” che collegano fra loro anche le espressioni apparentemente più lontane e distanti. Nei bisogni materiali come in quelli spirituali. Nella ricerca di soddisfare le esigenze del corpo come quelle dell’anima.

Le opere, e la scelta è interessante, provengono dal reparto etnologico dei Musei Vaticani. Una sezione assai vasta, anche se forse non tra le più conosciute delle collezioni vaticane, voluta da papa Pio XI – il “nostro” Achille Ratti, già prefetto dell’Ambrosiana e arcivescovo di Milano – che in un’epoca ancora fieramente colonialista (e anzi tragicamente segnata da manifesti sull’asserita superiorità di talune razze sulle altre), intuì l’importanza di allargare gli orizzonti fino ai confini della terra, nel continuo sforzo di documentare le diversità, e quindi promuovere il dialogo e la convivenza pacifica tra popoli e religioni. Un discorso, del resto, ancor oggi di assoluta attualità.

Ecco allora che i manufatti ora presentati al “Pirellone”, antichi o moderni che siano, di ricercata raffinatezza estetica o di concreta praticità, attinenti alla sfera del sacro o a quella della quotidianità, hanno un intento fortemente “evocativo”, più che puramente descrittivo di un’epoca o di una società. Inseriti, come sono, in un percorso aperto di assonanze e di richiami, di confronti e di paralleli. Dove il tempo e lo spazio infine s’incontrano.

Generare, trasmettere, custodire. E nutrire. Proprio il cibo, infatti, è il tema-guida della prossima Esposizione universale. Cibo che l’uomo coltiva e produce, cerca e raccoglie. Cibo che dà forza alle membra. Ma anche cibo che nutre la mente.

Una necessità che ha portato gli uomini di oltre due milioni di anni fa a realizzare i primi utensili tecnologici, come il Chopping tool in quarzite rinvenuto in Sudafrica, adatto per tagliare, raschiare e frantumare. Ma anche un piacere, per il quale maestri artigiani giapponesi e coreani hanno realizzato, nei secoli scorsi, preziosi servizi portatili, sorta di elegantissime schiscette per un atto, quello del mangiare, che da primordiale esigenza corporea si fa rito privato e cerimonia sociale. Oggetti, l’uno e gli altri, esposti proprio in questa mostra milanese.

Come è esposta anche un’espressiva statuetta haitiana, con una snella figura carponi che regge una ciotola: che non sapresti dire se invochi quel po’ di cibo che le manca o stia ringraziando per quel che le è stato offerto…

Perché il cibo è vita, al di là dei facili slogan. E il legame è talmente “stretto” e inscindibile che presso gli aborigeni australiani, ad esempio, lo stesso contenitore usato per raccogliere acqua e vivande, il Coolamon, viene usato anche come culla per i neonati. Strano? Non tanto, se si considera che anche a Betlemme il Figlio dell’uomo venne adagiato in una mangiatoia…

Sì, perché è proprio Gesù, come dice di stesso, «il pane vivo disceso dal cielo», il cibo che sfamerà per l’eternità ogni uomo. Lui che è la vite, e noi i tralci. Verità evangelica che ha ispirato anche un grande artista del Malawi, James Chinkondenji, che del suo Cristo-Albero della Vita aveva fatto dono allo stessa san Giovanni Paolo II: un’opera affascinante che oggi, dalla terrazza del Pirellone, veglia su Milano e sul mondo.

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