Seicento anni fa nasceva il grande scienziato, chiamato dai contemporanei «il novello Esculapio». Archiatra al servizio degli Sforza, fu anche benefattore dei poveri e patrono delle arti, come si può ben capire ammirando la decorazione della cappella nella chiesa milanese di San Pietro in Gessate dove è sepolto. Il suo motto era: «Fai il bene e stai lieto».

di Luca FRIGERIO

Riposa nel sonno dei giusti, Ambrogio Griffi. La sua tomba, capolavoro della scultura rinascimentale, ci ha tramandato i lineamenti del suo volto al momento del trapasso: una faccia spigolosa e severa, da asceta, da santo laico che si è nutrito del cibo della conoscenza, più che delle delizie della carne, come il libro aperto deposto sul ventre rivendica. Un ritratto di impressionante realismo, opera somma di quel Benedetto Briosco, “compare” di Leonardo da Vinci, che in quell’ultimo scorcio del Quattrocento stava meravigliando tutti a Milano e in Lombardia, a partire dalle statue che aveva realizzato per il Duomo.

Non sorprende, del resto, che Ambrogio Griffi si sia rivolto proprio al Briosco per il suo mausoleo, nella cappella che ancor oggi porta il suo nome, nella chiesa milanese di San Pietro in Gessate, quella di fronte a Palazzo di Giustizia. Griffi, infatti, era uno dei personaggi più in vista nella corte sforzesca, e non grazie a intrallazzi politici o a giochi di potere, ma proprio per i suoi meriti scientifici e il suo spessore intellettuale, che ne avevano fatto un punto di riferimento per gli studi di medicina a Milano come nel resto della Penisola («novello Esculapio», era detto dai contemporanei). Un umanista che praticava la scienza, coltivando la passione per l’arte, senza tralasciare la solidarietà verso il prossimo.

Se ne parliamo proprio oggi è perché Ambrogio Griffi (o Grifi, Grifo) nacque attorno al 1420, seicento anni fa. Suo padre, Giacomo, era un agiato mercante di Varese. Sua madre, Caterina Castiglioni, apparteneva alla nobiltà. Ambrogio studiò medicina a Pavia e a metà del secolo esercitava già la professione a Milano. Non sappiamo come entrò in contatto con il nuovo signore della città, Francesco Sforza, ma presto ne divenne il medico di fiducia. L’ex capitano di ventura era talmente soddisfatto di questo suo giovane dottore da inviarlo alle corti di mezza Europa, compresa quella dell’imperatore Federico III, per consulti che si trasformavano, come è facile immaginare, anche in missioni diplomatiche (un malato guarito, soprattutto se ricco e potente, sa essere assai riconoscente verso il suo salvatore…).

Nel corso di uno di questi viaggi, nel 1465, di ritorno da un’ambasceria a Roma, Griffi risanò da una febbre insistente il ministro generale dei francescani, Francesco della Rovere, che da lì a poco salì al soglio pontificio con il nome di Sisto IV (quello della Cappella Sistina, appunto). Il nuovo papa stimava così tanto Ambrogio da nominarlo protonotario apostolico e abate di San Pietro a Lodi Vecchio, mentre aveva scelto suo fratello Leonardo come segretario particolare.

Del resto, solo il prestigio personale e l’ormai universale riconoscimento dei suoi meriti scientifici poterono salvare il Griffi nel 1480 dagli intrighi orditi a Milano da Ludovico Sforza, che costarono la testa al suo amico Cicco Simonetta. Nonostante i sospetti del Moro, infatti, il nostro medico venne confermato nell’insigne ruolo di “archiatra ducale”, con studio e residenza nel castello di Porta Giovia, mentre il cardinale Arcimboldi lo nominò suo procuratore nella presa di possesso della diocesi ambrosiana.

Ci piace pensare che anche Leonardo, da poco giunto nel capoluogo lombardo, abbia consultato il medico degli Sforza, soprattutto riguardo agli studi di anatomia che tanto interessavano al genio toscano. Probabilmente fu proprio il Da Vinci a consigliarli due suoi allievi “prediletti”, Marco d’Oggiono e il Boltraffio, che per l’archiatra realizzarono quella splendida pala d’altare con la Risurrezione di Gesù e i santi Leonardo e Lucia, commissionata in memoria del fratello per la chiesa di San Giovanni sul Muro, ma oggi patrimonio delle collezioni statali di Berlino.

Nel 1489 Ambrogio Griffi preparò il proprio testamento, con uno scritto redatto in prima persona, cosa insolita per l’epoca, che non si limita a elencare i beneficiari della sua eredità (la Fabbrica del Duomo e l’Ospedale Maggiore; gli studenti poveri, ma meritevoli; le fanciulle senza dote; il Consorzio della Misericordia…), ma rappresenta una sorta di summa del suo pensiero in campo scientifico, filosofico e teologico. Pensiero, peraltro, che già da tempo aveva sintetizzato nel motto che accompagnava ogni sua impresa: Bene facere et laetari, ovvero «fare il bene ed essere lieti» (tratto dal libro del Qoèlet), che sarà poi ripreso anche da san Giovanni Bosco.

Nella cappella in San Pietro in Gessate si preoccupò non solo della sua tomba, ma anche della decorazione delle pareti. Fallito il tentativo di coinvolgere il maestro Vincenzo Foppa, il medico ducale si rivolse alla “premiata ditta” Butinone e Zenale, coppia di artisti che a Treviglio aveva realizzato un polittico mozzafiato. E anche qui a Milano i due pittori posero mano a un ciclo straordinario (purtroppo oggi piuttosto ammalorato), interamente dedicato al vescovo Ambrogio: patrono di Milano, ma anche santo protettore del Griffi stesso.

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