Da lunedì 21 gennaio, riprendono le letture mensili commentate di antichi testi della tradizione ebraica, cristiana e islamica. Una riflessione con il pubblico alla ricerca della verità, aliena da ogni relativismo. Il primo appuntamento è con "La sapienza dei profeti" di Muhyiddin al-Arabi.

Manoscritto arabo ambrosiana

A Milano l’Ambrosiana da oltre quattro secoli contribuisce alla cultura cittadina e nazionale, come sede accogliente e ponte ideale che unisce diverse civiltà e correnti di pensiero aperte al dialogo e alla ricerca di verità. L’insorgere di fanatismi, che suscitano tensioni talora sfocianti nella violenza, mostra l’urgenza di confrontarsi pubblicamente su temi comuni di religione e politica, cercando di costruire una convivialità rispettosa delle pluriformità, nell’unità di valori fondanti per la convivenza umana.

Con spirito di servizio, concretezza e consapevolezza etica, caratteristiche della tradizione lombarda, ritenendo d’interpretare un’esigenza profonda di molti, anche l’istituzione ambrosiana intende offrire nuove opportunità per approfondire alcuni di questi aspetti, in un quadro di solida riflessione condotta con rigore storico, metafisico e scientifico, alieno da relativismo e sincretismo.

Le riflessioni, che potranno scaturire da queste pubbliche letture, toccheranno anche aspetti più ampi del rapporto tra fede e ragione, e della comune responsabilità di fronte a concrete e urgenti situazioni culturali e sociali, della città di Milano e in generale della nostra convivenza civile in un mondo “globale”, con particolare attenzione verso minoranze, integrazioni e diritti-doveri comuni. Nella certezza che le grandi Tradizioni sia del pensiero filosofico e laico, sia delle religioni – in particolare ebraismo, cristianesimo e islam – possano proficuamente confrontarsi su valori condivisi quali solidarietà, fraternità, verità, per convergere in impegni concordi a servizio dell’uomo, motivando conclusioni feconde anche d’implicazioni pratiche e operative.

Questo programma intende idealmente collegarsi con l’insegnamento dell’ “Anno Costantiniano” (313-2013), quale proposta di nuove piste per quel dialogo tra fedi e culture di cui Costantino volle farsi interprete e garante.

Lunedì 21 gennaio, ore 18,30-20
La sapienza dei profeti di Muhyiddin al-Arabi
, commentata dallo Shaikh  Abd al-Wahid Pallavicini, modera Giulio Giorello Introdurranno e concluderanno l’incontroLaura Enriello e Roberto Pontremoli

 La brillante illustrazione del testo di ABU BAKR MUHAMMAD ibn AL-ARABI (1165 d.C. , anno 560 dell’egira) tratto dallo studio “La Sapienza dei Profeti”  commentata in profondità dallo Shaikh Wahid Pallavicini ci trasporta nel mondo misterioso di coloro che ricevono la rivelazione essenziale: i profeti. Essi sanno che non possono vedere la fonte del loro sapere. I Profeti che tali erano “quando Adamo era ancora tra l’acqua e l’argilla” e divennero tali allorquando furono destati a tale condizione.

Abu Bakr Muhammad ibn al-‘Arabi, appartenente alla tribù araba di Hatim at-Ta’i,nacque nell’anno 560 dell’egira (1165 d.C.) a Murcia in Andalusia e morì nel 638/1240 a Damasco. La sua opera dottrinale s’affermò sia per la profondità e per la sintesi, sia per la forza incisiva di alcune formulazioni che si riferiscono agli aspetti più elevati del Sufismo. I libri e i trattati del maestro furono numerosissimi, ma la maggior parte di essi sembra definitivamente perduta; tra quelli pervenutici, le Futuhat al-Makkiyyah («Le Rivelazioni Meccane») e i Fuçuç al-Hikam («La Sapienza dei Profeti») sono le opere più conosciute. La prima costituisce una sorta di summa delle scienze esoteriche; la seconda è sovente considerata il testamento spirituale del maestro, che la redasse nell’anno 627/1229 a Damasco. (La Sapienza dei Profeti, Muhyiddin ibn al-‘Arabi, traduzione dall’arabo, introduzione e note di Titus Burckhardt, Edizioni Mediterranee, Roma 1987).

Il legame tra l’essenza divina e l’esistenza dell’uomo viene descritta da Ibn ‘Arabi grazie anche al simbolismo dello specchio così caro alla tradizione sufi: «Dio ha dapprima creato il mondo intero come una cosa amorfa e priva di grazia, e simile a uno specchio che non è stato ancora levigato; ora una regola dell’attività divina è quella di non preparare alcun «luogo» senza che questo riceva uno Spirito divino, la qual cosa è espressa dall’insufflazione dello Spirito divino in Adamo; e ciò non è altro che l’attualizzazione della predisposizione (al-isti’dad) posseduta da una determinata forma, preliminarmente disposta, a ricevere l’effusione (al-fayd) inesauribile della rivelazione (at-tajallî) essenziale».

Anche in Dante, come in Ibn ‘Arabi, la ragione rappresenta un limite alla Conoscenza, e solo una visione  spirituale può trascendere tale limite. Non è un caso che sia Virgilio a ricordare a Dante questa verità, non tanto come poeta o saggio della classicità, ma come detentore di una conoscenza di ordine superiore, che è sempre stata accessibile agli uomini eletti di tutti i tempi. Recita infatti Virgilio: Matto è chi spera che nostra ragione/ possa trascorrer la infinita via/ che tiene una sustanza in tre persone.(Purgatorio III, 30-36)

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