Un pellegrinaggio diocesano si recherà sul luogo dove 50 anni fa venne eretta una cappella dedicata all'arcivescovo di Milano, eretta sulle fondamenta di quella piccola cosa dove fu convalescente lo stesso Ferrari, a cui era ormai stato diagnosticato un tumore alla gola. Nell'occasione verrà benedetto un nuovo mosaico realizzato dalla Scuola Beato Angelico.

di Luca FRIGERIO

Ferrari morente

Ad Alassio, nota località balneare nel territorio di Savona, c’è una cappella dedicata al beato Andrea Ferrari. Fu eretta nel 1964, per desiderio dell’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Colombo, in memoria all’amato e indimenticato predecessore. Proprio qui, infatti, il cardinal Ferrari soggiornò sofferente durante un periodo della sua malattia, quel tumore alla laringe che lo portò alla morte il 2 febbraio 1921.

Oggi, a cinquant’anni da quell’evento, un pellegrinaggio diocesano, promosso da don Giorgio Colombo e organizzato in collaborazione con l’Associazione e con l’Opera Cardinal Ferrari, torna ad Alassio per rinnovare il legame con quel piccolo tempio dedicato al grande pastore ambrosiano, il primo a essere elevato all’onore degli altari dopo san Carlo Borromeo. Sabato 10 maggio, infatti, nell’ambito di una celebrazione presieduta da monsignor Francantonio Bernasconi (già segretario del cardinal Colombo), verrà benedetto il nuovo mosaico, opera della Scuola Beato Angelico di Milano, posto sulla facciata della cappella stessa.

Piccola casa della sofferenza
In questo luogo, le suore benedettine milanesi avevano una “piccola casa” che, tra il 6 novembre e il 9 dicembre 1919, fu «testimone silenziosa della grande e pia sofferenza offerta dal cardinale Andrea Ferrari per la sua Milano», come si legge nell’epigrafe incisa su una grande lastra di marmo di Candoglia – il medesimo utilizzato per la costruzione della Cattedrale ambrosiana – fatta apporre nella cappella di Alassio dallo stesso arcivescovo Colombo.

Il male si era manifestato già nella primavera del 1918, «con una forte tosse e con una molesta raucedine», come si legge nelle cronache dell’epoca, che vela la voce di Ferrari e che, con il passare delle settimane, invece di regredire s’aggrava sempre di più. L’arcivescovo, del resto, per tutto il tempo del suo episcopato, aveva sottoposto la laringe a uno sforzo immane, pronunciando oltre ventimila discorsi, sempre a voce spiegata (non potendo giovarsi, ovviamente, della moderna amplificazione microfonica).

Il 16 febbraio 1919, nella chiesa del Carmine a Milano, il cardinale è costretto ad annunciare ai fedeli che non può tenere il solito discorso, perché non gli basta la parola. Nonostante ciò, il vescovo Andrea non vuole limitare né tantomeno interrompere la sua intensa attività pastorale. Ma nel giugno di quell’anno, il suo medico curante, il professor Biagi, scopre un papilloma sulla corda vocale di sinistra, che dopo una serie di esami istologici si rivela come un tumore maligno.

Tumore alla gola
Sono i medici che impongono al cardinal Ferrari un periodo di riposo assoluto. Il vescovo parte per Alassio dopo le celebrazioni per la festa di san Carlo, che coincideva con il giubileo del suo episcopato milanese. L’intera diocesi ambrosiana in quei giorni si stringe in preghiera attorno al suo pastore convalescente, che tuttavia non risparmia visite né benedizioni. E con l’inizio del periodo d’Avvento è di nuovo a Milano, senza che la sua salute, purtroppo, sia migliorata.

Anzi, il cardinale continua a peggiorare, tra febbri, emorragie, interventi chirurgici (che alla fine saranno ben tredici). Ferrari sopporta ogni cosa con forza esemplare, non rinunciando a nessuna delle funzioni né delle visite pastorali programmate, come rendendosi conto che ormai gli è rimasto poco tempo e ancora molto da fare… Negli ultimi mesi non respira che a stento, e anche solo deglutire gli comporta una sofferenza atroce: eppure, per rimanere lucido e presente, fino all’ultimo rifiuta qualsiasi intervento per attutire il dolore.

Eroe della carità cristiana
«Eroe della carità cristiana», lo ha definito il cardinale Giovanni Colombo, che aveva avuto occasione di conoscere personalmente da seminarista e da giovane prete ambrosiano. E davvero l’arcivescovo Ferrari «si è lasciato occupare dalla carità», come ricordava anche il cardinal Saldarini, «lasciandosi amare da Dio fino in fondo e amnado tutti e tutto fino in fondo», in anni difficili come quelli dell’inizio del Ventesimo secolo che videro la società sconvolta dalle ingiustizie sociali e dalla tragedia della prima guerra mondiale, ma nei quali il beato Andrea operò affinché «la carità diventasse la norma della giustizia».

Per questo il cardinal Colombo, appena diventato vescovo di Milano, volle omaggiare la figura di Ferrari. Negli anni Sessanta del secolo scorso, la “piccola casa” ad Alassio, situata in posizione incantevole a pochi passi dal mare, era diventata di proprietà della Cariplo, e ancor oggi è inserita nella “residenza al mare” frequentata dai dipendenti di Banca Intesa San Paolo. Colombo propose allora al Comitato esecutivo dell’istituto bancario lombardo che quella dimora che aveva accolto il suo predecessore malato fosse trasformata in una piccola chiesa, in modo da mantenere la memoria del cardinal Ferrari (che sarà poi beatificato, appunto, il 10 maggio 1987).

I lavori procedettero rapidamente e gli arredi e i paramenti sacri furono realizzati dalla Beato Angelico, come il bel crocefisso ligneo con le figure di sant’Ambrogio e di sant’Andrea, patroni dello stesso Ferrari. Opere a cui oggi si aggiungono i nuovi lavori artistici, a ricordare la santità di un vescovo e la sua totale dedizione al suo popolo.

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