L'importante riconoscimento è stato assegnato alla poetessa americana «per la sua inconfondibile voce che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale».

di Marco TESTI

Certo, ogni anno di questi tempi il Nobel per la letteratura ha il magico potere di scontentare tutti, anche perché la componente casalinga esce allo scoperto, più o meno coscientemente. E soprattutto perché l’assegnazione del più ambito riconoscimento mondiale a Louise Glück, americana nata da genitori ungheresi immigrati negli Usa, ha deluso i (molti) sostenitori di un’altra grande scrittrice americana, Marilynne Robinson, autrice di romanzi in cui l’indicibile della divinità si fonde con i misteri del cuore umano.

Ma, con il senno del poi, e fatta salva la dimensione del gusto personale che rende pressoché impossibile l’oggettività nelle scelte letterarie, bisogna dire che la poetessa premiata con il Nobel, cresciuta a Long Island, con alle spalle la devastante sofferenza dell’anoressia, ha nel suo arco cospicue frecce: le sue raccolte sono state insignite di prestigiosi premi, come il Pulitzer 1993 grazie a “The wild Irish”, “l’iris selvatico”.

Sono stati fatti alcuni nomi come illustri antecedenti, tra cui Emily Dickinson, Sylvia Plath e Robert Lowell, ma nella sua poetica coesistono elementi vari, che ne fanno una dimensione davvero nuova nel panorama lirico internazionale. Nessun cedimento agli ismi, soprattutto a quel modernismo tanto nominato dalla critica e che non è mai stato una corrente internazionale, ma immagini stupefatte, e talvolta dolenti, di un creato in cui potremmo vivere un po’ più felici, se fossimo meno attaccati alle nostre voglie, al chiacchiericcio, alle angosce mondane.

Come le piante, i fiori, che accettano – il nostro Leopardi lo aveva genialmente cantato nella Ginestra – silenziosamente il loro destino. Se mai, i non rari richiami al mito, quello ulissiaco, ad esempio, si riallacciano ad una forte componente della letteratura internazionale. La sua ripresa della figura di Euridice richiama il dolente, elegante, abbandonato canto dell’impossibilità di tornare al passato, illusione e capriccio tipicamente umani presente nei “Sonetti a Orfeo” di Rainer Maria Rike.

Ma anche la separazione tra male e bene, corpo e anima, il ricordo di un passato perduto, richiamano nella Glück elementi più arcaici, che vengono da molto lontano, non solo dai racconti biblici, ma anche dalle visioni di un prima da parte di Esiodo e Platone, per non parlare di Anassimandro.

Ma non sono debiti poetici che Louise ha in carico, anzi, nuovi-vecchi universi di senso e inquiete domande che sono presenti nell’uomo fin dalle sue origini.

Una poesia universale, e per questo, indicata come modello. Oltre il Nobel.

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