Dalla fine dell'800 i comboniani erano presenti in Sudan: molti di loro erano ambrosiani. Per aiutarli nella loro missione di apostolato e di aiuto alle popolazioni locali, nel capoluogo lombardo fu lanciata una sottoscrizione popolare per costruire un'apposita imbarcazione. Che aveva a bordo anche l'immagine della Madonnina...

di Luca Frigerio

Fu davvero una giornata memorabile, quell’ultima domenica di giugno del 1926 a Milano. La darsena di Porta Ticinese bardata con bandiere e gagliardetti, con le fanfare che davano fiato agli ottoni e le campane della vicina basilica di Sant’Eustorgio che suonavano a distesa. La folla assiepata lungo le rive della Conchetta, mentre barche e barchini intasavano le acque del Naviglio come le automobili in una strada del centro all’ora di punta. Tanti avevano indossato il vestito della festa, ma molti, soprattutto i più giovani, si erano messi in costume da bagno, approfittando della giornata estiva e del clima “vacanziero” di quell’appuntamento nautico. Oggetto della celebrazione, infatti, era un battello nuovo fiammante, che l’arcivescovo di Milano in persona, il cardinale Eugenio Tosi, era venuto a benedire, tra gli omaggi e i discorsi delle pubbliche autorità.

Un battello non particolarmente imponente, in verità, di meno di venti metri di lunghezza, dalla linee semplici ed essenziali. Ma che era destinato ad andare lontano: fino in Africa! Con la prospettiva di essere impegnato non soltanto in un servizio di trasporto, tra merci e passeggeri, ma in una vera e propria “missione”. L’imbarcazione, infatti, era stata costruita appositamente per i comboniani ambrosiani che operavano nelle terre del Sudan, grazie a una sottoscrizione popolare alla quale parteciparono anche numerose associazioni cattoliche della diocesi di Milano, sotto l’egida di papa Pio XI, al quale il battello stesso venne dedicato.

Una bella storia quasi dimenticata, “recuperata” poco tempo fa da Dino Tosi mentre cercava notizie del padre Antonio, che non aveva potuto conoscere; sapeva, però, che da giovane era entrato nella Congregazione dei Figli del Sacro Cuore, cioè tra i missionari comboniani, e che dopo un periodo di formazione nell’istituto di Venegono Superiore, avendo professato i voti temporanei, era partito alla volta del Sudan, rimanendovi fino al 1932, quando dovette tornare a casa perché colpito dalla malaria. Nelle missioni africane, tuttavia, fratel Antonio aveva ricoperto un ruolo piuttosto particolare: quello di nostromo su un battello fluviale!

Dal 1875, infatti, ai discepoli di Comboni era stato affidato un vastissimo territorio in Africa, che dall’Egitto e dalla Libia si estendeva fino al Congo, fra tribù e popolazioni che mai avevano ricevuto l’annuncio evangelico e in territori ancora prostrati dalla piaga dello schiavismo. Molti tra quei missionari erano originari proprio della diocesi di Milano e lungo il Nilo, a sud di Khartum, avevano dato vita a varie <stazioni>, dove tra mille difficoltà erano sorti ospedali, scuole e chiese. I collegamenti, come si può immaginare, erano assai problematici, con distanze immense da coprire. Il modo più rapido e sicuro era quello di spostarsi via fiume, ma i padri del Sacro Cuore non disponevano dei mezzi necessari…

Ecco allora che quello stesso <Comitato milanese Pro Africa> che da tempo sosteneva i missionari ambrosiani lanciò una campagna per donare ai comboniani presenti nel Sudan un’imbarcazione adatta allo scopo. Il natante, infatti, mosso da due motori a nafta da 40 HP, in grado di trasportare fino a 16 tonnellate di merci e 12 persone, venne appositamente costruito nei cantieri navali della Breda a Mestre, secondo le precise disposizioni dei missionari stessi, che ben conoscevano le particolari condizioni di navigazione sul Nilo.

Prima di inviarlo in Africa, come si è detto, il battello fu portato a Milano per mostrarlo ai benefattori ambrosiani, con un viaggio di per sé già abbastanza “avventuroso”. Il 2 luglio 1926 venne quindi imbarcato su un piroscafo a Venezia e accompagnato appunto da fratel Antonio Tosi e da altri missionari milanesi, giungendo a Khartum un mese più tardi, dopo aver attraversato il Canale di Suez e superato non pochi ostacoli (la Provvidenza, evidentemente, era sempre all’opera!). Da allora e per oltre un decennio, così, quell’agile imbarcazione fece la spola tra le stazioni missionarie lungo il Nilo Bianco, coprendo oltre 15mila chilometri all’anno, assicurando un collegamento stabile e, in diverse occasioni, portando in salvo malati e feriti.

Sul battello “Pio XI” era stato collocato anche un piccolo altare, con una pala di bronzo, realizzata da un celebre scultore dell’epoca, Eugenio Bellosio, che raffigurava la Madonnina del Duomo di Milano, come ulteriore legame con la terra ambrosiana, dove erano incisi i nomi dei principali benefattori di quel generoso progetto. Quella pala esiste ancora e oggi si trova nella sede comboniana di Khartum, ed è una presenza familiare per quanti hanno operato nel Sudan. Ma Dino Tosi ha un sogno: farne una copia e collocarla alla Darsena, sui Navigli a Milano, per onorare la memoria del padre e di tutti i missionari che sono andati laggiù, tra le genti dell’Africa centrale, per annunciare il Vangelo con l’esempio della carità cristiana.

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