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Redazione Diocesi

Fino a una decina di anni fa esisteva nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano di Turbigo una grande tela raffigurante San Carlo Borromeo che comunicava San Luigi Gonzaga, realizzata da una mano ignota del XVIII secolo.
Avendo deciso la parrocchia di restaurare la tela, iniziarono le ricerche d’archivio e la prima attestazione trovata fu quella di don Pietro Bossi, parroco locale dal 1844 al 1891, il quale attribuiva il dipinto, già ritoccato nel 1878 dal pittore milanese Giuseppe Bergomi, alla scuola di Giulio Cesare Procaccini.

Aprendo alcune finestrelle di pulitura nel colore settecentesco, i tecnici del laboratorio "San Gregorio" di Busto Arsizio, incaricato del restauro, notarono che le figure sottostanti avevano colori più brillanti e tratti di maggior qualità.
Con la Sovrintendenza ai Beni culturali, dopo qualche iniziale esitazione, si decise di ripulire la totalità della tela.

Svelata l’opera spariva la figura di San Luigi e appariva quella di una giovane dama in abiti vedovili. La visione pittorica completa rivelava, oltre a una grande sorpresa, un’iconografia del tutto particolare e fattezze riconducibili proprio alla scuola artistica della fine del XVI e l’inizio del XVII secolo; l’attribuzione alla scuola del Procaccini riportata dal parroco Bossi risultava essere veritiera.

L’episodio raffigurato si ricollega alla monacazione di una giovane nobildonna milanese, Paola Cusani Visconti, che dopo pochi mesi di vedovanza, aveva deciso di entrare nelle Cappuccine di Santa Prassede di Milano, di cui il Borromeo aveva il titolo cardinalizio.

Il fatto narrato, del quale peraltro esistono rare raffigurazione, servì probabilmente all’autore da spunto per significare le numerose fondazioni di congregazioni religiose e laiche e le conversioni alla vita monacale operate dal Santo.

Traendo suggerimento dalla cerimonia di consacrazione delle Cappuccine (corona di spine), il pittore esprime, con una complessa simbologia iconografica, la rinuncia al mondo.

La tela, attraverso un ricco apparato di simboli, rappresenta una vera e propria lezione catechetica, che riconduce ai severi dettami della riforma cattolica.
La figura di San Carlo, fortemente umana e con i lineamenti marcati, ripresa mentre porge la comunione alla dama in posizione penitente, richiama il senso di adorazione eucaristica che si è voluto imprimere alla tela.

Sulla destra, dietro l’altare si sporgono delle curiose figure demoniache con uncini tra gli artigli.
La raffigurazione dei demoni tentatori, armati di raffi e uncini, èriconducibile al Vangelo apocrifo di Bartolomeo; l’allegoria esprime, infatti, l’estremo tentativo del demonio di conquistare la penitente arpionandola con le seduzioni del mondo.

Da notare la loro posizione, costretti a rimanere dietro l’altare, respinti dalla sacralità del Sacramento.
L’equilibrio geometrico della composizione, decisamente spostato verso l’asse Particola-Santo, rimarca proprio la vittoria su Satana.
PAOLO MIRA

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