Ogni chiamata cristiana si situa all’interno di un profondo dialogo tra l’amore del Signore e la libertà di scelta dell’uomo. Così è stata quella del nostro arcivescovo, Dionigi Tettamanzi, ordinato sacerdote dal cardinale Montini il 28 giugno 1957.

Peppino Maffi
Rettore del Seminario di Milano

con il card. Martini il giorno della sua ordinazione episcopale (23 settembre 1989)

Sono tanti i segni dell’amore di Dio nella storia di ogni uomo: Lui ci attende in mezzo alle nostre vicende quotidiane, interloquisce con la nostra vita, scalda il nostro cuore. Non è sempre semplice, ma è logico lasciarsi catturare dalla Sua presenza e dalla Sua premura. Abbiamo infatti la certezza che nessuna delle nostre vite è poco significativa ai suoi occhi. La storia di ogni chiamata cristiana si situa, infatti, all’interno di un profondo dialogo tra l’amore del Signore che chiama e la libertà dell’uomo che aderisce alla sua proposta, oppure si defila, negando concretamente che lì si possa concretizzare la premura del Signore per l’umanità e per la singola persona.

L’evangelista Marco, con un passaggio di grande sintesi, racconta così l’iniziativa di Gesù: «Salì sul monte, chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui». Questo è il dato irrinunciabile di ogni chiamata: il Signore Gesù si propone con chiarezza; la persona sceglie se aderire o meno. Marco 3,13 ci conferma che gli apostoli andarono da lui; sempre Marco ci ricorda il rifiuto del giovane ricco: «Egli rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto».

Una strada di fatiche e gioia
Il Signore Gesù con la sua luce, con il suo amore, con la sua verità, propone una strada segnata dalla fatica e nello stesso tempo dalla gioia. Noi desideriamo elevare una preghiera di ringraziamento a motivo di tutti coloro che hanno saputo rispondere affermativamente alla chiamata del Signore per essere al servizio del comune cammino verso l’incontro con il Signore Gesù. Mi sembra significativo al riguardo un passaggio dell’omelia dell’Arcivescovo, nella Basilica dell’Annunciazione, durante l’ultimo pellegrinaggio in Terra Santa: «Per questo siamo particolarmente contenti della partecipazione a questo pellegrinaggio dei diaconi e di alcuni chierici del nostro Seminario. Noi li ringraziamo, questi nostri fratelli, perché con la loro libertà, con la loro fede, con la freschezza della loro giovinezza hanno detto e continuano a dire il loro “sì” al Signore che li chiama a essere presbiteri di Cristo e della Chiesa. Nello stesso tempo qui, nel luogo più significativo della vocazione, tutti insieme vogliamo supplicare dal profondo del nostro cuore il Dio della chiamata, perché non si stanchi di chiamare tanti giovani al sacerdozio, di accendere nel loro cuore il coraggio e la gioia di spendere tutta la propria vita nel servizio del Signore e della sua Chiesa secondo la grazia e la responsabilità tipiche del presbiterato».

Da cinquant’anni il nostro Cardinale Arcivescovo risponde affermativamente al Signore che lo ha chiamato e lo chiama sulla strada del sacerdozio e del servizio episcopale che ora svolge in mezzo a noi. Ci insegna con il suo magistero e con la sua presenza a guardare alla vita con viva fiducia nel Signore e con grande serenità. C’è necessità che nella nostra società e nelle nostre comunità si giunga a testimoniarsi vicendevolmente la bellezza dell’appartenere al Signore e del camminare con docilità dentro il suo progetto. C’è il rischio di rimanere spesso imprigionati da un’eccessiva lamentosità, non accorgendoci che così ci allontaniamo dall’attenzione che il Signore ha per ciascuno. Egli desidera che noi abbiamo a guardare alla vita, qualunque essa sia, con riconoscenza, provando gioia per il bene che viviamo e promuoviamo e per tutte le scelte buone compiute dalle persone che stanno accanto a noi.

Operare in comunione
Una delle cifre sintetiche che possono, credo, racchiudere il magistero del nostro Arcivescovo in questi cinque anni della sua presenza in mezzo a noi è la categoria della comunione. La gioia dell’appartenenza e della sequela affonda le sue radici nel Battesimo e nell’Eucaristia; diventa fondamentale pertanto operare in comunione, percependo il cammino di fraternità e di confronto costante come realtà fondamentali e decisive per la vita spirituale e per il nostro servizio pastorale. Una comunione di intenti che nasca dalla scelta di non operare da soli, ma dalla percezione chiara che, condividendo l’unico sacerdozio di Cristo, ci è chiesto di affidarci al vescovo, perché la nostra testimonianza diventi sempre più credibile ed efficace.

Già nell’omelia della S. Messa Crismale del Giovedì Santo del 2003, l’arcivescovo Tettamanzi indicava a sé e a tutti i sacerdoti la necessità di sentirsi personalmente chiamati a vivere un rapporto di fraternità autentica nel segno della reciprocità. E confortava il suo pensiero con la citazione di un brano del card. Montini, nella S. Messa Crismale del 31 marzo 1961: «Bisogna che ci amiamo gli uni gli altri. E nel marcare questa raccomandazione, penso che io stesso non avrei autorità di continuarla, se non vi chiedessi perdono. Fratelli carissimi, se mai avessi per primo mancato a questo precetto, se non vi avessi dimostrato carità, se fossi stato tiepido, se fossi stato incapace, se avessi mancato con alcuni di voi al supremo comandamento di Cristo, quello di amarvi, di conoscervi, di seguirvi, di santificarvi, di essere vostro, io ne chiedo perdono al Cristo e a voi. E col vostro perdono, perché oggi cade ogni rancore, cade ogni emulazione, ogni triste ricordo, ogni risentimento; fidando sul vostro perdono, io continuo a raccomandare, a voi confratelli carissimi: “Amatevi gli uni gli altri”». Un compito, quello della comunione, certo affidato alla grazia del Signore, ma anche alla nostra libertà e responsabilità.

L’Annuncio e la Missione
Ma c’è una seconda cifra sintetica del magistero del nostro Arcivescovo ed è quella della missione; la comunione, infatti, è ritenuta condizione necessaria e forza per la missione. All’origine una percezione molto chiara: la gioia dell’affidamento e della sequela non può essere taciuta, va annunciata all’interno dell’umanità in cui viviamo. L’Arcivescovo ha ribadito più volte come la via più semplice, più popolare, per dire al mondo di oggi la lieta notizia sia il nostro volerci bene nel Signore.

Il cammino quotidiano della Chiesa sta all’interno di una missione che certo non si qualifica come potenza, come attivismo, come proselitisimo, ma come testimonianza del modo di vivere che Gesù ha sperimentato e ha insegnato. Tale qualifica, radicata nel Battesimo, trova la sua forza nello sperimentare un’esistenza secondo le beatitudini. È una missione che riflette quella di Gesù: radunare il popolo, portare a compimento le profezie, trasmettere agli apostoli la buona notizia perché sia da loro continuamente ridetta. La missione come opportunità di cogliere la verità su di sé e sul mondo; la missione come opportunità per convertire il cuore delle persone. Quando la missione è accolta suscita pace e il missionario diffonde la pace; è una luce posta sul moggio, è il sale che dà qualità a ogni cibo.

L’alleanza tra seminario e diocesi
Nell’Arcivescovo, che fa memoria dei cinquant’anni della sua ordinazione sacerdotale, noi identifichiamo il padre e il maestro che vuole bene al Seminario, che del resto ha per tanti anni servito nella sua giovinezza sacerdotale e che dà e chiede profonda attenzione al tema delle vocazioni. Ci ha parlato di una nuova alleanza da promuovere tra Seminario e Diocesi; ci ha chiesto di «educare e stimolare i battezzati a discernere e a vivere la loro variegata ministerialità nella Chiesa e per la Chiesa», dicendo in particolare ai sacerdoti di «realizzare una vera e propria pedagogia vocazionale». Testimonianza della gioia di consacrarsi quotidianamente al Signore e preghiera incessante devono caratterizzare il nostro cammino pastorale e spirituale. Grazie Eminenza, il Signore continui a donare alla nostra Chiesa pastori santi e sapienti, per una rinnovata vitalità evangelica.

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