L'amicizia del Patriarca di Venezia con il card. Dionigi Tettamanzi parte dai banchi di scuola del seminario, ascoltando da seminarista le sue lezioni “limpide e chiare”, e si consolida a Roma dove entrambi hanno avuto modo di lavorare fianco a fianco sui temi dell'uomo-donna, del matrimonio, della famiglia.

Angelo Scola
Patriarca di Venezia

Il card. Angelo Scola

Dalle lezioni limpide e chiare ascoltate da seminarista – quando il prof. Tettamanzi, con rigore e articolata forza sintetica, proponeva le linee fondamentali della visione morale della Chiesa – fino all’occasione di lavorare fianco a fianco, a Roma, sui temi dell’uomo-donna, dell’amore oblativo e della fecondità quali fondamenti del matrimonio e della famiglia cristianamente – e perciò integralmente – intesi: queste circostanze privilegiate mi hanno consentito, negli anni precedenti il suo e il mio episcopato, di intrecciare con il card. Tettamanzi un’amicizia robusta che mi ha insegnato non poche cose.

Tra queste di gran lunga la più significativa è l’acuto senso che il Cardinale possiede del popolo santo di Dio quale interlocutore diretto del Pastore. In questo popolo, poi, si delinea la fisionomia dei vari stati di vita.

Mi ha sempre colpito l’ambrosianità del Cardinale. Un terreno sul quale mi trovo a mio agio. Siamo nati a qualche chilometro di distanza l’uno dall’altro e siamo cresciuti nello stesso clima. Quello segnato dalla grande tradizione di Ambrogio, soprattutto secondo la flessione promossa da san Carlo Borromeo e ripresa da una lunga e ininterrotta serie di arcivescovi. Essa si fondava, anzitutto, su una proposta non intellettualistica della fede. Nasceva come esperienza già a partire dalla famiglia, la quale affermava tutta la sua straordinaria forza pedagogica nella capacità di trasmettere, quasi per osmosi, una visione adeguata della vita. Si può in un certo senso dire che in terra ambrosiana si imparava la fede con “naturalezza”. Chi non ricorda il peso degli oratori, punta emergente di quella “cura” della fanciullezza, dell’adolescenza e della giovinezza, comune alla sensibilità di tutto il paese e di tutto il quartiere?

Il primo impatto con questa fede viva era poi corroborato da quel fenomeno culturale imponente che erano le scuole della dottrina cristiana. Mi ricordo la domenica, in chiesa, quando dopo il canto dei Vesperi e prima della benedizione solenne, ci si divideva in gruppi per l’approfondimento di qualche pagina del Catechismo di Pio X.

Infine questa fede, sorretta da un organico intellectus, trovava sviluppo in manifestazioni di carattere artistico. Penso alle filodrammatiche, o alla modalità con cui fu affrontata l’era del cinematografo e l’approccio ai nuovi media. Penso al modo collettivo, semplice e popolare di guardare la televisione, prima che questa diventasse un fenomeno di frantumazione della nostra società, tanto più potente quanto più omologante e quindi apparentemente unificante si presenta il suo messaggio.

Da questo intreccio tra esperienza elementare e intelligenza critica nasceva poi l’impegno con la società civile. Da qui la nascita di molteplici corpi intermedi per rispondere ai più svariati bisogni dell’uomo considerato, come dice la “Gaudium et spes”, corpore et anima unus. Dimensione che aveva il suo punto simbolico nella Festa patronale sempre, nello stesso tempo, religiosa e civile. Ma investiva il quotidiano attraverso le mille forme della carità, in particolar modo di quella esigente dell’impegno con la “cosa pubblica”.

Per come conosco il cardinal Tettamanzi sono certo che, con la sua personale fisionomia, egli sa innestare le pluriformi tradizioni ambrosiane sulla traditio in senso forte, cioè su quella comunicazione dell’evento cristiano alla libertà dell’uomo di oggi che è l’unica garanzia perché una pastorale torni a parlare al cuore di tutti accendendone il desiderio.

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