“Il miracolo di Tayasoe” sarà pubblicato sull’opuscolo “Beato Clemente Vismara”, realizzato in occasione della beatificazione a cura degli “Amici di padre Clemente”

Il miracolato - Vismara

È il 1° febbraio 1998 quando, nell’orfanotrofio della Missione di Mong Yaung, Joseph Tayasoe, un ragazzo di 8 anni orfano di padre, cade da un albero (dove si era arrampicato per cogliere dei frutti) da un’altezza di 4,5 metri, battendo la testa su un sasso sporgente dal terreno e procurandosi un trauma cranico e una ferita lacero-contusa di 18 cm.
Suor Teresa Pan, superiora dell’orfanotrofio, accorsa sul luogo dell’accaduto, trova il ragazzo disteso a terra sanguinante, con la testa rivolta al suolo: «La ferita sulla testa era lunga e molto aperta – ricorda suor Teresa -. Faceva impressione e mi spaventai molto. Tayasoe era pallido. Lo chiamai, ma egli non rispondeva».
Trasportato su un motociclo (tra le braccia del passeggero) all’ospedale più vicino, tra gli scossoni della strada non asfaltata del villaggio, il piccolo viene considerato senza speranza dal medico presente, il dottor Sai Kham Aung. Il bambino è in coma e non risponde alle sollecitazioni del medico e delle infermiere, che si limitano a pulire la testa del ragazzo e a chiudere la ferita. «Per un caso senza speranza come questo il nostro servizio e la nostra medicina non possono fare nulla per il ragazzo. La sola cosa che io sposso suggerirti, suor Pan, è di pregare», dice il medico buddista alla suora.
Suor Teresa Pan, presa dall’angoscia, si inginocchia accanto al letto del bambino e, spinta da una forza interiore, inizia a pregare padre Vismara perché lo salvi, recitando la preghiera della novena. Tornata all’orfanotrofio, continua a pregare padre Vismara e con lei tutti gli altri bambini, che si alternano al capezzale del loro amichetto. Anche la mamma accorre accanto al figlio. Piange e chiama Joseph, senza ottenere da lui alcuna risposta. Il bambino è coricato sul fianco per evitare il soffocamento, in quanto in quell’ospedale non è possibile l’intubazione: mancano i mezzi, così come lenzuola e cibo devono essere portati da casa e le medicine, se il paziente le vuole, devono essere pagate dal malato. «Tayasoe ebbe le medicine per la carità e la bontà del medico», afferma la suora.
Passano tre giorni senza che il bambino dia segni di ripresa. Il quarto giorno suor Teresa, come ogni giorno, si reca all’ospedale e trova il bambino nelle stesse condizioni, con la mamma che dorme accovacciata accanto a lui. La preghiera silenziosa di suor Teresa a un certo punto è interrotta da una flebile voce che dice: «Mamma! Mamma! Ho fame!». Da quel momento Joseph non solo esce dal coma, ma riprende tutte le sue funzioni vitali e cognitive. Cinque giorni dopo il risveglio, il 9 febbraio, Joseph torna in orfanotrofio con i suoi compagni e supera gli esami scolastici. Una ripresa improvvisa e senza conseguenze (stato confusionale o disorientamento spazio-temporale al risveglio) che hanno portato al riconoscimento della sua guarigione come inspiegabile e quindi miracolosa per intercessione di padre Clemente, pregato da suor Teresa Pan e da tutti i suoi piccoli amici.
Sono stati necessari due viaggi in Myanmar (dicembre 2000 e luglio 2004) di monsignor Ennio Apeciti, delegato arcivescovile, e del perito medico dottor Franco Mattavelli, per raccogliere dati e testimonianze su questo caso, a cui si sono aggiunti pareri e perizie, prima di giungere al riconoscimento della straordinarietà dell’evento da parte della commissione medica della Congregazione della Cause dei Santi.
Ma «qualcosa di straordinario ha accompagnato questo processo», afferma monsignor Apeciti nella sua relazione dopo l’ultima visita in Mynamar, perché solo casualmente, l’ultimo giorno di permanenza, viene a contatto con la teste più importante del processo, suor Elisabetta, che nessuno aveva indicato perché suora giovane e da poco giunta a Mong Yaung. Dopo la sua testimonianza, precisa nei particolari, monsignor Apeciti sente di poter affermare che «veramente intorno a questo processo qualcosa di Misterioso si è verificato. Sento la presenza del Dito di Dio. E desidero annotarlo a perpetua memoria».
Joseph Tayasoe oggi ha 20 anni e lavora a Kentung nello staff di Karuna (nome locale della Caritas).

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