La devozione per don Serafino Morazzone, vissuto tra il ’700 e l’800, è molto radicata. Nella chiesina dove è sepolto c’è sempre gente a pregare. La Comunità pastorale ha sostenuto la causa di beatificazione con l’appoggio della diocesi

di Luisa BOVE

La devozione per don Serafino Morazzone

Tra i processi di beatificazione ormai chiusi in diocesi e che attendono il «via libera» del Papa c’è quello di don Serafino Morazzone, ribattezzato dal cardinale Schuster «novello curato d’Ars» e vissuto tra il ’700 e l’800. Per quasi mezzo secolo questo sacerdote ambrosiano si è dedicato alla sua piccola parrocchia di Chiuso (Lecco), che allora contava 185 fedeli. Ma oggi è ancora viva la devozione per don Serafino Morazzone? «Sì, certo», assicura Aldo Decò, grande conoscitore del Venerabile e membro del Consiglio pastorale. «La devozione è molto radicata. Nella chiesina dove è sepolto c’è sempre gente a pregare e in particolare il 13 aprile (anniversario della morte del Morazzone, ndr) data tradizionale anche per la festa di Chiuso. È espressione di questa devozione anche il fatto che la parrocchia – oggi Comunità pastorale insieme a S. Andrea in Maggianico – abbia sostenuto la causa di beatificazione senza l’appoggio di ordini religiosi, ma solo della diocesi. Don Morazzone infatti non ha fondato congregazioni, collegi o altro, ma si è limitato a curare i suoi 200 fedeli.

Ma poi a Chiuso ha iniziato ad arrivare anche gente che abitava nelle zone limitrofe…
C’è stato certamente movimento e la sua fame è arrivata anche in diocesi. Abbiamo testimonianze che l’arcivescovo di Milano Carlo Gaetano Gaisruck sia venuto nel Lecchese per onorare questo sacerdote, morto poi nel 1822. Durante la visita ufficiale, il primo gesto di don Serafino è stato quello di inginocchiarsi per baciare il piede, come si usava allora, ma l’Arcivescovo gli ha detto: “Alzati, perché sono io che devo baciare te”. Non solo. Un giorno Gaisruck ha organizzato un pranzo a Lecco con i sacerdoti del Seminario e ha invitato anche don Serafino. Non sappiamo poi quanto abbia influito nel 1813 don Morazzone nel ritorno di padre Pietro Rottigni a Somasca, un religioso e grande predicatore che nel 1796 era uscito dall’Ordine e si era dedicato al servizio civile diventando segretario del ministero degli Interni del Regno d’Italia. Nel novembre 1813 decise improvvisamente di tornare nell’Ordine dei Somaschi. Per intercessione del Provinciale e di don Serafino, che quindi aveva una certa influenza, il giorno di Natale padre Rottigni ha celebrato la prima Messa, passando poi alla storia come “il penitente di Somasca”.

La comunità come si sta preparando a questa possibile beatificazione di don Morazzone?
Abbiamo molte idee e abbiamo creato alcune commissioni, ci sono già state riunioni anche con le autorità civili e le istituzioni. È coinvolta comunque tutta la comunità e abbiamo notato il grande impegno dei giovani, che non ci aspettavamo, invece stanno lavorando molto bene. Vorremmo che non finisca tutto con la beatificazione, ma continui una valorizzazione della Comunità pastorale e dei luoghi di Maggianico e Chiuso perché meritano assolutamente. In questo abbiamo già l’appoggio dell’autorità civile.

Quali sono i tratti spirituali di don Serafino che più vengono proposti come modello ai parrocchiani e agli stessi giovani?
Direi soprattutto lo spirito di servizio, l’umiltà, la povertà, la disponibilità verso gli altri. Poi don Morazzone è stato anche un grande confessore e uomo di preghiera. Un prete che non ha mai cercato onori: gli sono state offerte anche parrocchie più importanti, ma il suo spirito di servizio era qui. È rimasto a Chiuso 49 anni e ha custodito i suoi fedeli. Non era mai stato in Seminario, ma ha realizzato una scuola per i bambini perché diceva: “Devono almeno imparare”, e non insegnava solo il catechismo, ma anche a scrivere e a far di conto.

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