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Redazione Diocesi

Va tenuto presente, innanzi tutto, che la Chiesa cattolica non è membro del Consiglio. Per ragioni più statutarie che teologiche.
Statutarie significa, ad esempio, che la rappresentanza che è fissata con il criterio quantitativo del numero dei fedeli di una Chiesa, renderebbe sproporzionata e carica di inevitabili sospetti la presenza dei cattolici.

Le ragioni teologiche, condivise peraltro dai vertici responsabili, sia del Consiglio che della Chiesa cattolica, constatano che esistono notevoli resistenze dottrinali più esterne e di impressione che reali, nell’ambito delle due aree cristiane.

Ciò non significa, naturalmente, che non esistano rapporti veri e altamente impegnati tra le due realtà.
Quattro in particolare sono le collaborazioni significative.

La prima ha preso la forma del «gruppo misto di lavoro» tra Consiglio e Chiesa cattolica.
In esso ci si comunica reciprocamente lo stato delle cose, le urgenze e gli ideali realizzabili a medio termine.

La seconda riguarda la collaborazione nella "carità" a servizio delle nazioni e dei popoli, con particolare riguardo ai problemi del così detto Nord-Sud, con tutte le sue varianti. Il gruppo ha preso la sigla SODEPAX e ha lavorato negli anni centrali tra il ’60 e l’80. Oggi esso è caduto, per essere riproposto sotto altra forma. La ragione data, ufficialmente almeno, sembra essere legata al fatto che l’uso di mezzi a favore dei popoli deboli fosse legato in prevalenza all’assistenza politica, più o meno rivoluzionaria e, quindi, cristianamente sospetta. Giudizio condiviso da ambo le parti e fortemente evidenziato soprattutto dalle Chiese europee e nordatlantiche.

La terza forma di collaborazione è di carattere indiretto. Il Consiglio mondiale delle Chiese esprime la sua ricerca dottrinale attraverso la commissione «Fede e costituzione». Questa invita a lavorare al suo interno dei teologi cattolici, aventi parità di diritto e di voto come ogni altro membro. Con una differenza: mentre i non cattolici rappresentano ufficialmente la loro Chiesa d’origine, i cattolici rappresentano solo se stessi. Resta, però, il fatto che per essere chiamati viene richiesto un consenso chiaro, anche se non scritto, da parte del Segretariato per l’unione dei cristiani. Questa presenza è particolarmente significativa, perché è più congeniale alla tradizione cattolica dare grande rilievo alle questioni dottrinali, e il risultato è che il suo contributo, pur esiguo nel numero, risulta di notevole qualità. Ne fa testo il BEM (documento sul battesimo, eucaristia, ministero), a cui abbiamo fatto cenno all’inizio.

La quarta collaborazione riguarda lo sviluppo dell’esperienza del Concilio Vaticano II, che prevedeva la presenza dei non cattolici come "osservatori". Ogni assemblea ecumenica di rilievo vede ormai invitati un numero rilevante di cattolici, sia come "osservatori" che come "esperti".

Una presenza che va chiarendo sempre meglio il proprio spazio di parola e di intervento. Lo si è potuto notare soprattutto nelle ultime assemblee del Consiglio mondiale delle Chiese, a Nairobi (1975) e a Vancouver (1983). Sia in fase esecutiva che, soprattutto, in fase di preparazione.

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