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Redazione Diocesi

Cultura di massa, culture e persone

Religioni e dialogo Glossario ecumenico
Il termine cultura deriva dal latino colere (coltivare ) e rimanda a un’idea di fatica, impegno, dedizione.
a pensare al contadino che, attraverso un lavoro faticoso, ottiene dei frutti dalla terra. Fare cultura – anche la propria cultura – significa appunto produrre frutti attraverso un lavoro faticoso.

Nell’epoca della globalizzazione la cultura sta diventando sempre più cultura di massa. Un’unica cultura che accomuna tutti gli abitanti del pianeta e che, per giunta, punta al ribasso.

La fatica di fare cultura viene pressoché annullata. La proposta dell’interculturalità o dell’educazione alla mondialità è un tentativo di andare contro corrente. Se fare cultura significa fare fatica, fare intercultura significa fare doppia fatica: oltre a vivere in profondità la propria cultura, occorre faticare per apprenderne un’altra. Senza mai dimenticare che ogni cultura rimanda a delle persone.

Ci capita spesso di non riuscire a guardare in volto qualcuno a causa di un “sacro terrore” che improvvisamente ci assale.
Accade a volte per timidezza di fronte a una persona che riteniamo superiore a noi. Accade altre volte per senso di colpa nei confronti di qualcuno che riteniamo inferiore. Il volto dell’altro, santo o pezzente che sia, spesso ci interpella e ci chiede una risposta. Oggi il multiculturalismo è di moda: le altre culture ci affascinano perché soddisfano il nostro desiderio di esotismo e di fuga dalla realtà.

Non sempre però siamo ugualmente disposti a rispettare e prenderci cura di coloro che, come gli immigrati, di tali culture sono espressione vivente.

Scrive Erri De Luca: «A Dio parve inadeguata all’uomo la povertà di una sola lingua. Che siano le tigri siberiane a possederne una adatta a intendersi con le loro simili dislocate nel Bengala. Gli uomini invece stentino, siano costretti ad apprendere per potersi capire» (Una nuvola come tappeto, Feltrinelli, Milano 1994).

Un recente e consistente fenomeno migratorio conduce sempre più fedeli dell’islam nel mondo occidentale.
In questo senso si può parlare di vicinanza e conoscenza. Allo stesso tempo la questione della differenza e dell’alterità rischia di appiattirsi sul conflitto tra progrediti (occidentali) e arretrati (musulmani).
In questa accezione si può parlare di lontananza e di misconoscimento. La differenza tra occidentali e musulmani è molto più profonda.

Scrive Umberto Galimberti: «Noi occidentali abbiamo un pensiero concettuale. Concetto è una parola che viene dal latino cum-capio che vuol dire prendo. Già nelle parole che impiega, l’anima occidentale svela la sua natura che è poi quella di chi non sa pensare se non afferrando, incamerando, accumulando. Come fa questo tipo di uomo, anche se adotta una lingua comune, a parlare ad esempio con il mondo arabo, dove il modo di pensare sfugge allo schema concettuale? Non pensiamo di poter capire qualcosa di “quel modo di pensare che è un passare” (Henri Corbin) restando ben chiusi nelle mura della concettualità occidentale» (Critica della ragione araba, la Repubblica, 9 novembre 1996).

Molti hanno affermato che dopo l’11 settembre 2001 tutto è diverso.
In realtà l’attacco alle Twin Towers di New York ha provocato sì una forte incrinatura, ma non una rottura nelle vicende dell’umanità. La profezia di Samuel Huntington di uno “scontro tra civiltà”, se mai si è avverata, non l’ha certo fatto l’11 settembre scorso.

C’è ancora chi continua a vivere come se niente accadesse nel mondo, incapace a cogliere i numerosi “segni dei tempi” che vedono il mondo povero diventare sempre più povero, alcuni ricchi in cerca di potere pronti ad approfittare della disperazione, altri ricchi preoccupati solo di non perdere i propri privilegi, incapaci persino di comprendere che il loro mondo, dall’organizzazione statuale alla tecnologia invecchiata, sta andando in frantumi.

A fronte del solco sempre più profondo tra il nord e il sud del mondo – 1/5 della popolazione mondiale gestisce i 4/5 delle risorse – non si può liquidare troppo frettolosamente il problema.
L’islam politico che diviene strumento di protesta di tutte le masse impoverite e oppresse del pianeta (dal Pakistan al Marocco) chiede a gran voce una relativizzazione delle potenze assolutizzate dalla modernità (scienza, tecnica, economia).
Senza alcuna giustificazione per i fondamentalisti che reagiscono mietendo vittime da una parte e dall’altra.

per saperne di più consulta il sito del Centro Ambrosiano di Documentazione per le Religioni all’indirizzo www.cadr.it o la sezione del sito della Santa Sede (www.vatican.va) dedicata al Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso

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