Nell’ospedale di Chirundu in Zambia sono più di 2 mila le persone affette da Hiv che ora si stanno curando. I bambini sieropositivi sono 300 ma, grazie alle terapie somministrate alle mamme, su 145 nati lo scorso anno soltanto 9 sono risultati malati.

di Luisa Bove

Positivi nell'anima

Grazie alla Campagna “Positivi nell’anima”, lanciata dalla diocesi di Milano e sostenuta dal Celim nel 2011, sono stati raccolti oltre 150 mila euro. Come abbiamo già raccontato su queste pagine, i fondi sono destinati al Mtendere Mission Hospital di Chirundu (Zambia) e in particolare al progetto di lotta all’Aids per ridurre il rischio contagio da mamme sieropositive ai nascituri.
Nei mesi scorsi la dottoressa Elisa Facelli, direttore sanitario dell’ospedale africano, è rimasta «senza parole» quando, uscendo dalla metropolitana in piazza Duomo a Milano, ha visto «un grande cartellone pubblicitario della Campagna occupare quasi una facciata della cattedrale». Ha apprezzato anche l’iniziativa degli sms solidali per donare due euro.
Ora è tornata nella “sua” Africa dove continua il suo impegno lavorando con medici e personale sanitario locale, oltre che con le Suore di Maria Bambina.
Nel 2011 nell’ospedale diocesano sono stati diagnosticati 1094 nuovi casi di persone affette dal virus Hiv: il numero di pazienti è quindi salito a 2182 di cui il 60% sono donne. Sempre l’anno scorso su 1178 gravide giunte al Mtendere Mission Hospital, il 16% è risultato sieropositivo. Ma quando una donna accetta di curarsi, spiega la dottoressa Facelli, «intraprende un percorso di counselling che la prepara a ricevere un trattamento antiretrovirale di tre farmaci allo scopo di ridurre la carica virale e la probabilità che il bambino contragga la malattia».
Il parto viene eseguito in ospedale e il bimbo riceve a sua volta la terapia per sei settimane. In seguito il neonato passa alla Umoyo Clinic, cioè alla Clinica della vita, «dove ogni mese viene visitato e riceve i farmaci per la prevenzione di infezioni opportunistiche e un supporto alimentare». Attualmente sono 300 i bambini assistiti in tenera età, di cui 145 nati lo scorso anno, ma solo 9 sono risultati affetti da Hiv perché figli di mamme che non avevano ricevuto il trattamento antiretrovirale in gravidenza o l’avevano rifiutato.
Eppure, è dimostrato, le cure somministrate all’ospedale di Chirundu funzionano, tanto che – se la madre è fedele alle terapie – il rischio contagio si riduce fino all’1%. Ma per fortuna il passaparola e il lavoro di sensibilizzazione nei villaggi da parte di volontari sta aumentando la consapevolezza e sono sempre di più le donne gravide che accettano di sottoporsi al test dell’Hiv e, se sieropositive, accettano di curarsi.
Oggi sono tante le mamme che devono dire “grazie” ai medici dell’ospedale e a tutte le persone che attraverso donazioni hanno contribuito a garantire l’assistenza, migliorare la qualità della vita ed evitare il contagio dei loro piccoli.
Nell’ospedale africano – come pure in Italia – nascono bimbi a tutte le ore e capita che il telefono squilli anche di notte per chiamare medici, ostetrici e infermieri in sala parto. Suor Erminia Ferrario ricorda una chiamata alle cinque del mattino, quando ancora un po’ assonnata ha raggiunto il reparto maternità dove Alinet era già in preda alle doglie. «Mi cambio in fretta e con Thierry, il mio collega congolese, affronto il cesareo», racconta la religiosa. «Alle 5.40 nasce una bella bimba di 2.3 kg con molti capelli neri. A operazione finita, mentre l’adrenalina ritorna a valori normali, ringrazio Dio per l’esistenza di Chipanga-odi». Si tratta di una struttura, con una zona riseravata agli uomini e una alle donne, che ospita persone di passaggio che hanno bisogno di alloggio. Sullo spiazzo antistante dove c’è solo qualche albero, gli ospiti accendono piccoli fuochi per cucinare pranzi e cene, mentre un pannello solare garantisce un po’ di elettricità.
Anche Alinet, che abita a Chiawa, un villaggio distante due ore da Chirundu, ne ha approfittato e si è trasferita a Chipanga-odi dieci giorni prima della data presunta per la nascita della sua bimba. «Ne ha viste tante di donne morire durante il travaglio e sa che le doglie potrebbero arrivare prima – dice suor Erminia -, ma la distanza non le permetterebbe di raggiungere in tempo l’ospedale».
In seguito la suora di Maria Bambina ha rivisto Alinet e sua figlia alla Umoyo Clinic: la piccola cresce bene e ha già fatto il primo dei 3 test per scoprire se è affetta da Hiv. «Spero con tutto il cuore che sia negativo!», dice suor Erminia. In effetti la donna, durante la gravidanza, è stata assistita in ospedale. «Veniva regolarmente alle visite lasciando i due figli grandicelli e il marito alle cure della nonna, mentre il più piccolo di 3 anni lo portava con sé sulle spalle». Se era fortunata trovava un passaggio, altrimenti percorreva a piedi i sentieri in mezzo alla savana dal suo villaggio fino a Chirundu. È durante queste visite che ha scoperto di essere sieropositiva: ha intrapreso il percorso di counselling e ha accettato le cure, anche se la terapia antiretrovirale le aumentava nausea e vomito. Per amore di sua figlia si è sempre presentata puntuale alle visite e se i prossimi test andranno bene la piccola risulterà sana.

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