I giorni della beatificazione di Giovanni Paolo II vissuti nei luoghi a lui cari, a diretto contatto con i suoi connazionali. Centinaia di migliaia di persone sono accorse al Santuario della Divina Misericordia di Lagievniki per seguire la diretta. L'emozionante esposizione della reliquia

di Silvia FAVASULI

Cracovia

«Non può esistere la Polonia senza religione», affermava convinto Karol Wojtyla. Vale anche per lui e Cracovia. Nessuna città al mondo si intreccia tanto alla vita di Giovanni Paolo II come questa. Nei giorni della sua beatificazione lo raccontano ai pellegrini e ai turisti le bandierine gigliate del Vaticano e quelle polacche. Colorano la piazza del Rynek, dove è stata allestita una mostra di foto del Papa. Ma compaiono anche su tutti gli edifici che a Cracovia sono legati alla vita del Papa.
C’è il Palazzo vescovile di via Franciskanska, dove Giovanni Paolo II fu ordinato sacerdote nel 1946 e da dove, diventato Papa, si affacciava ogni volta che tornava in Polonia. Erano soprattutto i giovani che venivano a trovarlo, e proprio nel parco antistante al palazzo, nel pomeriggio di domenica, hanno cantato e ballato al ritmo delle chitarre. C’è via Kanonicza, con il Seminario clandestino frequentato dal giovane Karol negli anni dell’occupazione nazista: in questi giorni vi si radunano numerosi fedeli, prima di salire sulla collina del Wawel, poco distante. Nella cattedrale che vi sorge, dedicata a San Stanislao, don Wojtyla ha celebrato la prima messa ed è stato nominato vescovo di Cracovia.
Le bandierine sventolano persino a Nowa Huta, il quartiere operaio costruito dal regime comunista nella periferia della città, a 9 km da Cracovia. È qui che il “rivoluzionario” Giovanni Paolo riuscì a far costruire l’unica chiesa ammessa nel quartiere dal partito. La chiamano l’Arka Pana, perché la sua forma richiama l’Arca dell’Alleanza.
Ma il vero luogo scelto dalla città per seguire la beatificazione del suo Papa è il Santuario della Divina Misericordia di Lagievniki, lontano dal centro storico di Cracovia. È un luogo di preghiera, in cima a una collinetta, dove tutti gli anni i polacchi salgono a ricordare un Dio misericordioso. Ed è il posto dove il giovane Karol, studente di Filologia negli anni dell’occupazione, si fermava a pregare al ritorno dal lavoro nelle cave. Meditava sulle spoglie di suor Faustina Kowalska, la Santa cui dobbiamo il culto della Divina Misericordia.
In questi giorni, dicono dal Comune, il Santuario è stato visitato da 150, 200 mila persone. Le prime sono arrivate sabato sera, attorno alle 21. Sgabelli in mano e coroncine del rosario in tasca, hanno riempito la grande sala ovale del Santuario. La veglia di preghiera celebrata al Circo Massimo di Roma è stata trasmessa in diretta e tradotta simultaneamente in polacco dal vescovo ausiliario di Cracovia Jan ZaJac. Al momento del rosario, le preghiere dei fedeli polacchi, composti e raccolti, si sono aggiunte a quelle scandite in cinque lingue da altri quattro santuari in collegamento satellitare con Roma, scelti tra i luoghi mariani visitati da Giovanni Paolo II. A ciascuno è stato chiesto di recitare un’intenzione del Rosario. Oltre alla Polonia, c’erano anche Tanzania, Libano, Ghana e Messico. Tanti i fedeli che si sono fermati in preghiera per tutta notte.

Lo credono già Santo

Per molti di loro il giorno della beatificazione è iniziato all’alba. Arrivavano da diverse città polacche, ma anche dalla Slovacchia e dall’Ungheria.«Sono partita alle 6 per essere qui in tempo – racconta Katja, studentessa di Wadowice, città natale di Wojtyla -. Ho visto il Papa da bambina, alla Giornata Mondiale della Gioventù in Polonia. Volevo salutarlo di nuovo». Le signore più anziane si mescolano alle ragazzine. Gruppetti di amici o famiglie si stringono tra loro. Ascoltano Benedetto XVI che definisce il loro Papa «un gigante di Dio». E tutti qui a Cracovia lo credono già Santo. «Ci ha insegnato come vivere», dice Jaga, sulla quarantina. «Ho perso mio marito da poco – racconta un’anziana signora stretta con la figlia sotto l’ombrello -. Oggi prego il Papa anche per lui».
Alle 11 la diretta con Roma si interrompe. È arrivato il momento più atteso, quello dell’esposizione della reliquia del Beato. È il sangue di una delle ultime trasfusioni fatte al Papa malato. Lo ha portato a Cracovia il cardinale Stanislaw Dzwisz ed è l’unica reliquia di Giovanni Paolo II fuori Roma. I canti e le litanie, nel prato, continuano senza esitazioni. La gente ha gli occhi lucidi, ma le emozioni sono composte, controllate. «Giovanni Paolo II è nella mia vita da quando ero bambino – sussurra Marek, uno dei ragazzi nati quando Wojtyla era già Papa -. Da lui ho imparato che la vita non è solo denaro, soldi e carriera. Ma è soprattutto amare gli altri, anche chi ci è estraneo». Dietro l’altare il Ministro della Difesa e alcuni esponenti del Consiglio municipale di Cracovia seguono la celebrazione.
Al termine della messa il Vescovo benedice la folla con la reliquia nell’ampolla dorata. Non tutti i pellegrini riusciranno ad avvicinarsi al sangue del Papa. Molti di loro si accodano, facendosi largo tra la folla. Altri preferiscono tornare a casa, ciascuno con le proprie gioie e preoccupazioni. Il Papa polacco è tornato e ora resterà sempre con loro.

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