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Redazione Diocesi

Per la Chiesa di Milano domenica 16 maggio sarà una data molto importante, da non dimenticare. Quel giorno, infatti, in piazza San Pietro a Roma, Giovanni Paolo II canonizzerà Gianna Beretta Molla, la prima santa della nostra Diocesi dal 1° novembre 1610, quando fu elevato alla gloria degli altari S. Carlo Borromeo, il Cardinale che fu per ventiquattro anni Arcivescovo di Milano.
Un evento che ci riempie di gioia. Ne parliamo con don Ennio Apeciti, responsabile diocesano dell’Ufficio per le cause dei santi.

Chi era Gianna Beretta Molla?
«Una donna che sin da piccola ha creduto, senza dubbio alcuno, nell’amore di Dio. La sua è sempre stata una fede vissuta e piena di abbandono nella Provvidenza. Aveva solo quindici anni quando, al termine di un corso di esercizi spirituali, segnò sul suo diario alcuni propositi, quasi una preghiera, che avrebbe seguito per tutta la vita: “Gesù, ti prometto di sottopormi a tutto ciò che permetterai che mi accada. Fammi solo conoscere la tua volontà”. Gianna non ha mai volato basso, ha sempre pensato che nella vita si possa e si debba dare il meglio di sé. Inoltre aveva capito che la gioia deve essere l’elemento essenziale e caratteristico dei cristiani. “Sorridere a Dio da cui ci viene ogni dono”, ha lasciato scritto. “Il mondo cerca la gioia, ma non la trova perché è lontano da Dio. Noi, compreso che la gioia viene da Gesù, con Gesù nel cuore portiamo gioia. Egli sarà la forza che ci aiuta”. Un testo che mi ricorda l’enciclica “Gaudete in Domino” di Paolo VI, che richiama appunto questo gigantesco segreto del cristiano».

Un «segreto» da approfondire e diffondere…
«Sì, specialmente nella nostra epoca. Di fronte a tanti volti marcati dal pessimismo e dalla paura, la gioia dovrebbe esprimere un volto preciso della Chiesa. Ripenso alla vita di Gianna, alla sua scelta di farsi medico, non solo per curare le sofferenze dei malati, ma anche per portare loro il sorriso di Cristo, al suo impegno gioioso e spontaneo nella San Vincenzo e nell’Azione Cattolica. Al suo amore sereno e infinito per il marito e per i figli».

Gianna non era una ragazza che «seguiva l’onda»…
«Era una brava ragazza, buona di carattere, che aveva avuto tanti beni dalla vita, ma che voleva fare qualcosa di importante. Anche il suo desiderio giovanile di andare in missione come due suoi fratelli ci fa scoprire in lei un particolare slancio e un acuto desiderio di dare il massimo: un segno anche del suo bisogno di amare. Comprese però l’importanza di continuare a vivere i suoi giorni con entusiasmo. Senza rassegnarsi mai. Gioendo per quanto aveva, perché credeva che la vita è un grande dono, che la vita è bella. E attese, con fiducia, di interpretare i disegni di Dio su di lei. Basti pensare alle sue lettere al fidanzato, al marito…».

Lettere che sono traccia di un grande amore…
«Certamente. Gianna era una donna che aveva saputo lottare contro lutti e dolore, ma che sapeva anche donare entusiasmo a chi le stava accanto. Che si impegnava in tutto quello che faceva. Da quando incontrò Pietro Molla, il loro fu un amore sincero e ricco di una dolcezza persino commovente. Gli scriveva frasi splendide, ma che contenevano anche la sua esigenza di amare prima ancora che di essere amata».

Sposa e mamma felice, poi la malattia…
Gioie e dolori sembrano rincorrersi continuamente nella vita di Gianna… +Di_TesGB_Band«Ha creduto intensamente in questa sua vocazione al matrimonio. Perché amava la vita. Nel Vangelo di San Giovanni, Gesù dice: “Sono venuto a dare la vita, perché l’abbiate in abbondanza”. Ancora una volta Gianna ha seguito Gesù. Ha cercato di fare come lui. Ripeto: sapeva che Dio ci ha creati per la gioia, non per il dolore. Ma quando questo l’ha di nuovo colpita durante la sua ultima gravidanza, non ha avuto alcun dubbio: ha saputo vincerlo con un coraggio fatto di speranza e di dedizione totale alla volontà e alla provvidenza di Dio. Come medico, Gianna conosceva benissimo il rischio che stava correndo mentre aspettava il suo bambino. Non si è rassegnata, nemmeno per un attimo. Non si è incupita sulla morte che forse l’attendeva, ha sempre sperato di farcela, lei e il bambino che stava crescendo in lei. Una speranza concreta, la sua. Non ha pensato: “Andrò in Paradiso”, ma ha creduto che il bene avrebbe potuto trionfare, che la vita avrebbe potuto vincere…, pur accettando con umiltà il mistero del dolore».

Gianna diventa santa a quarantadue anni dalla morte e a dieci dalla beatificazione. Anche questo mi sembra eccezionale…
«Mi affascina il pensiero che questa donna diventi d’esempio per una Chiesa che è chiamata a non essere più clericale. Trovo che la sua sia una figura provocatoria, particolarmente indicativa in questi anni di confusione e di inquietudine sia a livello delle famiglie che per i problemi relativi alla maternità. Gianna è la testimone dell’amore che dura. La donna che non mascherava il suo amore. La donna felice perché suo marito e i suoi bambini erano felici. E la sua gioia di vivere, pur amando disperatamente i figli già nati, l’ha portata, con la forza che aveva sempre chiesto a Dio, a donare tutta se stessa per far nascere una vita nuova».

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