Intensa e commossa partecipazione popolare, sabato 7 marzo al centro Santa Maria Nascente, alla procedura prevista dall’iter canonico della beatificazione, in programma il 25 ottobre prossimo a Milano. In tanti hanno sfilato davanti alla bara

di Emanuele BRAMBILLA

Don Gnocchi

Sfilano davanti alla bara di don Gnocchi gli “amici” dell’indimenticato “papà dei mutilatini”, che la Chiesa proclamerà beato il prossimo 25 ottobre, anniversario della sua nascita. Quarantanove anni dopo la traslazione dal Cimitero monumentale – dov’era stato sepolto il 1° marzo 1956, al termine di una cerimonia funebre in Duomo, straordinaria per partecipazione e commozione – alla cappella del Centro “S. Maria Nascente” della Fondazione Don Gnocchi – dove aveva chiesto, nel testamento, di «poter riposare» – il feretro del Venerabile Servo di Dio don Carlo ha ritrovato l’abbraccio dei suoi cari.
Applausi e occhi lucidi, preghiere e invocazioni, emozioni e ricordi hanno reso intensa e suggestiva, sabato scorso, la procedura di ricognizione canonica della salma, in vista della celebrazione del rito della beatificazione. Quegli stessi «amis», a cui don Gnocchi aveva affidato in punto di morte la sua baracca, si sono stretti attorno al prete amico, al cappellano alpino, al padre dell’infanzia mutilata, all’apostolo del dolore innocente, al profeta della donazione di organi, quasi a rispondere a quel lontano appello: promessa mantenuta.
Attorno alla bara, estratta dal sarcofago di porfido ricavato dalle montagne della Valcamonica, dono delle amate “penne nere” e ancora perfettamente conservata, hanno sfilato alpini e disabili, anziani ed ex allievi, medici e operatori dei Centri della Fondazione, parrocchiani di San Colombano al Lambro (paese natale) e di Montesiro di Besana Brianza (dove don Carlo visse a lungo e celebrò la sua prima Messa). E tanti semplici cittadini, chi con una sua lettera in tasca, chi con un’immaginetta conservata ormai da mezzo secolo, chi con un libro con dedica, tutti con un sentimento di riconoscenza nel cuore. L’apertura della tomba è stata preceduta da un momento pubblico di preghiera guidato dal responsabile dell’Ufficio diocesano per le Cause dei Santi e delegato arcivescovile, monsignor Ennio Apeciti, e dal presidente della Fondazione, monsignor Angelo Bazzari. «Siamo eredi e continuatori dell’opera di un Santo – ha detto monsignor Bazzari -: don Carlo, nostro fondatore, ci viene ora “restituito” dalla Chiesa come straordinario protettore. Consapevoli di questo immenso dono, continuiamo a prepararlo con la giusta intensità, consapevolezza e orgoglio».
Toccanti le parole di monsignor Giovanni Barbareschi, amico ed esecutore testamentario di don Gnocchi: «Ricordo il giorno della tua morte – ha detto -. Mi stringesti le mani e dicesti: “È bello morire con un amico vicino. Ti aspetto lassù…”. Ciao Carlo, arrivederci a presto».

Tra le mani il crocefisso della mamma
Terminata la preghiera, il feretro è stato portato in alcuni locali del Centro appositamente preparati, dove sono stati ammessi soltanto i periti incaricati della ricognizione delle spoglie, espressamente autorizzati dal delegato arcivescovile. La ricognizione è stata condotta dal professor Nazareno Gabrielli, biochimico, direttore del Gabinetto di Ricerche Scientifiche dei Musei Vaticani e perito della Congregazione per le Cause dei Santi. Con lui il professor Guido Coggi, anatomopatologo, già preside della facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Milano, e il professor Aldo Pisani Ceretti, consulente della Fondazione Don Gnocchi. Hanno assistito alle operazioni anche il professor Felice Martinelli, presidente del Collegio dei Revisori della Fondazione Don Gnocchi; fratel Rodolfo Cosimo Meoli, postulatore della Causa di Beatificazione; Silvio Colagrande, uno dei due ragazzi che ricevette le cornee di don Carlo, oggi direttore del Centro “S. Maria alla Rotonda” di Inverigo; Diego Maltagliati, direttore del Centro “S. Maria Nascente”, insieme ad alcuni collaboratori e a una rappresentanza della comunità di suore salesie che operano nella struttura e il dottor Mauro Chemolli, responsabile del settore tumulazioni dell’impresa “San Siro”.
Preziosa anche la collaborazione di Giancarlo Magistrelli, operatore tecnico dell’Asl Città di Milano e di Luigi Ballarini, istruttore dei servizi funebri del Comune. Visibilmente commossi Romano Volta ed Enzo Zappaterra, infermieri mezzo secolo fa alla Clinica Columbus, a cui toccò il compito di comporre la salma di don Gnocchi.
Salma che i periti incaricati hanno trovato in buone condizioni di conservazione. Nel sarcofago è stato ritrovato il tubo metallico con la pergamena redatta in lingua latina a ricordo della cerimonia di traslazione. Tra le mani di don Carlo, stretto nell’identico abbraccio, ultimo gesto terreno del grande sacerdote, il piccolo crocifisso che l’amata mamma gli aveva regalato per la prima Messa. Quel crocefisso che la sera del 28 febbraio 1956 il “papà dei mutilatini” strappò con fatica dalla tenda a ossigeno sotto la quale agonizzava per dedicargli un ultimo, struggente bacio.
«Quando nei momenti più tragici della ritirata – disse salutandolo in occasione della traslazione della salma l’amico arcivescovo di Milano cardinale Giovanbattista Montini – egli promise ai morenti che sarebbe diventato il padre dei loro figli, e quando, a guerra finita, egli guardò alla pietà immensa di file e file di ragazzi e bambini mutilati dalla cieca crudeltà della guerra, la sua anima completamente si rivelò: era un soldato della bontà. Darsi per il bene degli altri, consolare, sorreggere, rieducare, far vivere: questa era la sua milizia, questa la sua vocazione. Eroi eravate tutti: ma lui, per giunta, era un santo».

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