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Redazione Diocesi

Qualche considerazione, nell’immediato “post” cammino non ancora sufficientemente riflessa, sedimentata ed elaborata.

Una prima impressione: immergendomi nella realtà della Terra d’Israele ho avvertito, quasi immediatamente, un ridimensionamento dei nostri micro e macro problemi, come una “messa a parte” delle nostre questioni occidentali, politiche ed ecclesiali, rispetto all’incontro con il crocevia, con il punto focale del problema medio-orientale: la pace a Gerusalemme.

Permanendo in Israele ci si accosta a talmente tante e tali realtà, si vedono tante e tali questioni, ci si incontra con tanti e così diversi livelli di povertà e, nel contempo, ci si imbatte in esperienze così belle e significative che esprimono davvero il fiorire del deserto, da condurci fuori dalle nostre beghe provinciali per orientare l’attenzione e convogliare le forze in ordine ad un contributo (una goccia nel mare!) di pacificazione del mondo arabo-israeliano.

La pace pregata, richiesta, offerta e ricevuta è stata il filo conduttore del cammino promosso dal Consiglio ecumenico della Chiesa di Milano.
In questa prospettiva di pace, tutto ciò che abbiamo visto, tutte le persone e le esperienze che abbiamo incontrato, le istituzioni che abbiamo conosciuto, la nostra stessa piccola comunità di Chiese cristiane, sono stati un dono immenso di Dio e un’opportunità provvidenziale per tutti.

Ho avuto proprio la percezione che, pur all’interno delle tante contraddizioni, delle difficoltà, delle resistenze per le quali questa terra soffre, il desiderio di pace, seppur in modo latente, inespresso, offuscato dalle pesantezze dell’egoismo del cuore umano, impostato e constatato da due visioni politiche differenti e con una subalternità evidente dell’una nei confronti dell’altra, sia in qualche modo presente in ogni realtà con la quale siamo entrati in relazione.

Una seconda riflessione nasce dalla valutazione positiva dell’esserci recati come pellegrini provenienti da realtà ed esperienze di Chiese diverse, ma unite in nome dell’unico Signore e Maestro che non ha esitato a proclamare beati tutti quegli uomini e donne che, con le scelte della loro vita, si sforzano di essere operatori di pace.

Dal Monte delle Beatitudini, con il fascino rievocato dalle parole di Gesù, nelle meditazioni del Cardinale Tettamanzi e del Pastore Garrone, ci siamo sentiti interpellati, chiamati per nome e ancora una volta mandati ad annunciare e a vivere la pace, in un mondo altrimenti disperato, così come lo definiva Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi, parlando della necessità dell’essere testimoni nell’oggi.

E ancora: questo cammino pensato, voluto e condotto insieme è stato espressione di un’unica volontà, quella cioè di cercare di perseguire insieme la strada che conduce alla realizzazione del Regno di Dio, Regno di pace e di giustizia che crediamo possibile, perché sostenuto da Lui e che sperimentiamo difficile per la durezza dei nostri cuori.
Ma poiché nulla è impossibile a Dio, crediamo che anche in questa terra, così infuocata, la pace sia realizzabile.

Un’ultima considerazione che desidero non tralasciare: il Cardinale Martini, in entrambe le sue magistrali meditazioni, ci ha offerto ulteriori chiavi di lettura per la comprensione della realtà di Israele oggi e per approfondimento dell’inesauribile tematica della pace.
Queste riflessioni interpellano la nostra responsabilità in due direzioni: quella di non stancarci mai di intercedere per la pace e quella di compiere scelte e gesti di pace, ovunque. Allora l’invocazione “sia pace su Gerusalemme e tra le sue mura” si realizzerà per Gerusalemme e per il mondo intero.

Clara Biaggio
Chiesa Cattolica ambrosiana

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