l direttore di “Avvenire”: «Il Paese reale è troppo poco rappresentato dai media. È innanzitutto una questionedi rispetto dei lettori e degli spettatori. Dobbiamo tornare ad avere una grande stima di coloro ai quali ci rivolgiamo: sono i nostri concittadini, noi siamo al loro servizio». Il direttore di “Famiglia Cristiana”: «Più che per informare i media sono usati come strumento di consenso per battaglie politiche, di potere, come armi mediatiche per distruggere qualcuno. Oggi se tu dici qualcosa, non ti si risponde nel merito, ti si attacca personalmente per delegittimarti. Il metodo Boffo ha fatto scuola: un uso improprio dell’informazione per fare killeraggio mediatico»

di Pino NARDI

Marco Tarquinio

«Soprattutto in questo momento nel quale ci siamo abituati ad avere solo campagne contro, i famosi dossieraggi che sono diventati un leit motiv di un certo modo di fare informazione, c’è la necessità di dimostrare che c’è un altro giornalismo: prendere di petto i problemi della gente vera». Va subito al cuore del dibattito il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio. Una questione che sta creando malessere nella coscienza professionale dei giornalisti italiani. «Il Paese reale è troppo poco rappresentato dai media. È innanzitutto una questione di rispetto dei lettori e degli spettatori. Dobbiamo tornare ad avere una grande stima di coloro ai quali ci rivolgiamo: sono i nostri concittadini, noi siamo al loro servizio».
Tarquinio sottolinea le scelte informative del quotidiano dei cattolici, di parlare di diversi temi che toccano la vita delle persone, quasi sempre ignorati dagli altri media. E indica una strada in una stagione politica così urlata. «Servire la verità oggi vuol dire aprire occhi e orecchie fuori dal Palazzo, senza perderlo di vista, perché siamo in una fase in cui sta cambiando il Paese, una crisi di sistema perché sta toccando pesantemente le istituzioni, non c’è solo la crisi dei partiti o di persone. C’è un gran frastuono. I giornali dovrebbero aiutare a capire oltre il frastuono».
Recentemente Avvenire ha condotto la campagna “Fateli parlare”: dare l’opportunità di far conoscere la realtà di familiari di persone che vivono situazioni drammatiche di grave malattia. Il direttore racconta come è nata questa iniziativa: «È stata interpretata anche in modo violento come se fosse stata una cosa contro. Un programma intelligente e di grande successo condotto da Fabio Fazio e Roberto Saviano, “Vieni via con me”, ha raccontato storie su questo Paese, però quelle sul limitare della vita erano a senso unico. Siamo in contatto ogni giorno con chi vive situazioni di questo tipo: ci è arrivata un’ondata di proteste chiedendo che ci fosse la possibilità di raccontare storie accanto ad altre storie, non di mandare portavoci di un presunto movimento pro-life italiano ad affermare verità politiche. Nel Paese c’è un deficit di speranza per l’incapacità di raccontare tutte le vicende che si misurano anche con le disabilità gravissime».

«I giornalisti facessero i giornalisti e basta»

Anche don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, non è stato tenero. Dunque una stampa cattolica che vuole essere a pieno titolo nel dibattito del Paese, come voce libera e critica. «Si fa un uso improprio dei media, più che per informare, come strumento di consenso per battaglie politiche, di potere, come armi mediatiche per distruggere qualcuno. Oggi se tu dici qualcosa, non ti si risponde nel merito, ti si attacca personalmente per delegittimarti. Questo non è da Paese civile. Dai dossier di approfondimento si è passati al dossieraggio per poter colpire la vittima di turno. E non importa che i fatti siano veri, basta che siano verosimili. È il metodo Boffo che ha fatto scuola: un uso improprio dell’informazione per fare killeraggio mediatico».
Il Paese vive uno scontro, quasi mortale. Lo sottolinea don Sciortino: «Oggi la dura contrapposizione non solo nella politica, ma anche nei media, da qualcuno è stato definito come una sorta di guerra civile verbale. I giornalisti facessero i giornalisti e basta: dobbiamo sentirci a disagio con le verità prefabbricate, quali che siano i referenti».
Una fiction quotidiana che annichilisce. Don Sciortino riflette su un aspetto inquietante per la qualità della democrazia: un’opinione pubblica narcotizzata. «Occorre riscoprire il Paese meno visibile sui media, ricco di storie solidali, che non si scoraggia e va avanti nonostante tutto. Una piccola conversione nel modo di informare: dare voce a chi finora ha poca voce. Ma soprattutto il ruolo dei media è quello di risvegliare l’opinione pubblica in questo Paese. Oggi abbiamo una repubblica dormiente. Dobbiamo avere informazione per poter reagire. Questa opinione pubblica più vivace deve essere nel Paese, ma anche dentro la stessa comunità ecclesiale, dove devono esserci più voci sulla situazione italiana. Più vivacità, più presenza, senza più delegare. Dove c’è meno informazione e opinione pubblica cala la stessa democrazia».
Una professione con un ruolo sociale preciso, con la schiena diritta e uno sguardo profondo: «I giornalisti devono avere amore e passione per la verità per servire esclusivamente i lettori e non altri potenti. Tornare ad essere i cani da guardia del potere e non i cani da salotto. Per cui mettere in difficoltà i politici perché raccontino davvero qual è la situazione del Paese».

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