C'è ancora una speranza per il futuro dell'informazione, la libertà di stampa non è morta in Italia. Parola di Mario Calabresi, direttore de “La Stampa”, ed Enrico Mentana, direttore di TG La7

di Stefania CECCHETTI

Mario Calabresi

Il giornalista racconta la realtà o la costruisce ad uso e consumo dei lettori? È questa la domanda cruciale che è stata rivolta a Mario Calabresi, direttore de La Stampa ed Enrico Mentana, direttore del TG di La7, intervenuti questa mattina al tradizionale incontro dei giornalisti con l’Arcivescovo in occasione della festa del patrono della categoria, San Francesco di Sales.
Secondo Calabresi, sono due i pericoli principali da cui il buon giornalista deve difendersi oggi: la spettacolarizzazione della notizia e l’eccessiva tendenza ad enfatizzare il particolare: «Spesso siamo tentati di scegliere notizie che si crede facciano audience, come l’omicidio di Avetrana. Ma non è sempre vero, per lo meno nella carta stampata comincia a non essere più così. Anni fa, bastava parlare di Cogne per far vendere di più il giornale. Invece, all’indomani del mio editoriale in cui dicevo che sul caso Sara Scazzi sarebbe stato opportuno calare quel pietoso lenzuolo bianco che la tradizione vuole si steso sui morti, il giornale non ha affatto perso copie. Anzi, ho ricevuto tante lettere di persone grate perché “non ce la facevamo più”».
E riguardo all’enfasi del particolare, altra faccia della stessa voglia di “eccessi” nella notizia, Calabresi ha detto: «Spesso, quando dobbiamo scegliere le foto che raccontano una manifestazione, i miei “photo editor” mi propongono il primo piano del ragazzo che urla o di quello con una pietra in mano. Quando chiedo di vedere tutta la sequenza, scopro inquadrature in cui accanto al corteo vedi passare persone tranquillissime con la borsa della spesa… ».
Dove sta la verità, allora? Il segreto è saper scegliere nel mare delle notizie in cui siamo costantemente immersi, anche avendo il coraggio di rinunciare a qualcosa. E soprattutto non perdendo di vista il contesto: «Quando uscì la notizia, che la pandemia di “suina” avrebbe causato dai 5 ai 10 mila morti in Italia, chiesi ai miei di verificare quanti decessi si registrano normalmente per influenza. Scoprimmo che sono 7.500».
Anche secondo Enrico Mentana la selezione deve diventare la preoccupazione centrale di un “mediatore credibile” quale il giornalista dev’essere. E questo è vero soprattutto in un’epoca in cui l’informazione è ormai completamente polarizzata tra i giornali tesi a dimostrare che Berlusconi ha ragione e quelli impegnati a sostenere il contrario: «In questo scenario ci sono giornalisti tentati di parlare d’altro, eludendo il dilemma». Ma in questo modo, sottolinea il direttore del TG di La7, rischiamo di confondere per fatti quello che fatti non sono: «Nel caso Ruby, per esempio, cos’è il fatto? Il caso giudiziario o il quadro dei “valori” di una generazione che emerge dalla vicenda? Dovremmo piuttosto chiederci se comportamenti come questi sono poi così distanti dalla società. O quanto questi valori non verranno assorbiti dai tanti laureati di belle speranze, delusi perché costretti a lavorare in un call center».
Ma dopo una cucina di “piatti forti”, sapremo tornare ai gusti semplici e un po’ anonimi delle notizie vere, si chiede Mentana? Una domanda che, indirettamente, pongono anche i ragazzi delle scuole di giornalismo presenti all’incontro quando fanno notare come, secondo le statistiche, solo l’1% delle cosiddette notizie “sociali” approdino sui giornali.
«Ne siete proprio sicuri? – risponde Calabresi – Forse dobbiamo metterci d’accordo su cosa è sociale. La scuola è sociale? Gli asili nido che mancano sono sociale? La discarica è sociale? Anni fa la politica era l’asse portante di un giornale. Ma allora la politica incrociava di più la vita delle persone, oggi è più che altro scontro polarizzato».
Da dove ripartire, allora, in una ipotetica era “post-Berlusconi”, si chiede un altro studente? «Il segreto – risponde Calabresi – è rendere sociale anche la politica. Come ha detto il cardinale Tettamanzi nel suo intervento, i lettori sono persone reali con bisogni reali. Bisogna partire da questi bisogni, leggendo gli effetti che le scelte della politica possono avere sulla vita di tutti i giorni, quindi sulla società».
Una tesi che trova perfettamente d’accordo Mentana, che aggiunge: «La cronaca, in quanto racconto di fatti successi alla gente normale, è di per sé lo specchio di una società. L’operaio che si suicida perché non ha lavoro, è una notizia di cronaca o “sociale”? Entrambe le cose. Del resto per raccontare un periodo storico valgono più le storie delle persone di mille statistiche. Ce lo ha insegnato Manzoni con i Promessi Sposi».
Alla fine del dibattito, l’impressione è che non tutto sia perduto quando si pensa al futuro dell’informazione. Del resto lo hanno affermato entrambi: la libertà di stampa, cheché se ne dica, non è morta, in Italia. «Quello che stiamo vivendo non è il periodo più nero della storia del giornalismo in Italia» ha detto Mentanta. E Calabresi: «Ci saranno pure le pressioni degli editori e della pubblicità, ma ciascun giornalista è responsabile delle sue azioni. E io credo che ci siano ancora professionisti che hanno la schiena e lo stomaco per sopportare qualche pressione».

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