Suor Eugenia Bonetti aiuta le vittime della tratta a uscire dal racket della prostituzione, ma teme che la nuova proposta di legge favorisca i trafficanti


Redazione

26/09/2008

di Luisa BOVE

Da 15 anni suor Eugenia Bonetti lotta contro la tratta delle donne. Una “vocazione” nata per caso dopo 24 anni di missione in Kenya e tre a gestire il centro di ascolto Caritas a Torino. «La mia vita è cambiata quando ho conosciuto una nigeriana», dice la religiosa della Consolata che oggi ha quasi 70 anni. Maria è solo una delle centinaia, forse migliaia di donne che Suor Eugenia ha aiutato a liberarsi da quella che lei definisce «la schiavitù del XXI secolo».

«Maria è diventata la mia catechista», dice scherzando suor Bonetti, che di tratta, racket e prostituzione non sapeva nulla. La donna africana le ha aperto gli occhi su una realtà a lei sconosciuta e alla quale si è subito appassionata. Lo ha raccontato giovedì scorso in un incontro al Pime in occasione dell’apertura della mostra “Mai più schiave” con foto di Silvia Morara e testi di Anna Pozzi.

Dal 2000 la religiosa lavora a Roma presso l’ufficio “Tratta donne e minori” dell’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi). Non le piace parlare di “prostitute”, preferisce definirle «vittime della tratta per lo sfruttamento sessuale». Di nigeriane in questi anni ne ha conosciute davvero tante. Arrivano in Italia attraverso il deserto (non più in aereo), affrontando viaggi impossibili, soffrendo la fame, la sete e la stanchezza. Non sempre ce la fanno e se raggiungono vive il nostro Paese hanno già subito violenze e abusi. Nel deserto qualcuna di loro resta incinta o mette al mondo un figlio senza nome.

Spesso le donne nigeriane vengono in Italia in cerca di lavoro per mantenere la famiglia in Africa e far studiare i fratellini più piccoli. Se le ragazze dell’Est lasciano il loro Paese ingannate da un falso fidanzato che promette loro una nuova vita, «le nigeriane vengono catturate dai riti voodoo». Prima di lasciarle partire le madame portano le ragazze dallo stregone che fa loro «violenza psicologica» attraverso minacce, ritorsioni e intimidazioni. Le vittime contraggono quindi un debito (fino a 80 mila euro), che diventa il prezzo da pagare per la loro libertà.

Dopo mesi o anni di prostituzione sulla strada queste donne sono distrutte e hanno perso la loro dignità e identità. «Non sono più persone – dice suor Eugenia -, non ricordano la loro data di nascita e neanche il loro nome, perché ne inventano sempre uno nuovo». Non hanno documenti né permesso di soggiorno e sono costrette a vivere in clandestinità.

Oggi molte comunità religiose si occupano di loro di giorno e di notte. Suor Bonetti in tre anni di lavoro ha monitorato 70 congregazioni che con 250 religiose gestiscono 110 strutture sparse su tutto il territorio nazionale. Molti conventi hanno aperto le porte alle donne che cercavano di sfuggire al racket. «All’inizio non è stato facile – ammette la religiosa -, per la lingua, la cultura e la mentalità diversa, ma ci siamo date da fare e abbiamo accolto le ragazze». Ne hanno salvate tante dalla strada, ospitando anche i loro bambini e ottenendo «sulla fiducia» ben 3 mila passaporti dall’Ambasciata nigeriana, «perché queste donne non avevano neppure il certificato di nascita».

Oggi anche le comunità religiose locali sono impegnate contro la tratta, oltre a gestire la nuova casa di accoglienza costruita a Benin City incontrano i familiari delle ragazze ancora in Italia. E quando queste decidono di denunciare i loro sfruttatori le suore nigeriane assicurano protezione alle famiglie in Africa. Non è facile per le ragazze tornare a casa e raccontare quello che hanno passato, molte vi rinunciano perché troppo umiliate, senza contare che spesso sono molto provate dal punto di vista fisico e psichico.

Per suor Bonetti c’è ancora molto da fare a livello di prevenzione: «In Nigeria per quanto riguarda l’offerta e in Italia per la richiesta». Punta il dito sugli sfruttatori che «approfittano dei poveri per i loro guadagni» e sui clienti che «pretendono perché pagano», vantandosi di aiutare le ragazze a estinguere il loro debito, «invece le incatenano di più».

Non le piace la nuova proposta di legge sulla prostituzione, fatta «senza neppure contattare chi lavora nel settore da anni». E aggiunge: «Si rischia di fare un favore ai trafficanti, perché le ragazze nascoste non potranno più chiedere aiuto». Sulle strade italiane ci sono 50-70 mila prostitute: si vuole toglierle non per risolvere il problema, ma perché danno fastidio al nostro pudore». Suor Eugenia non si dà per vinta e continua imperterrita la sua lotta cercando di fare breccia a livello civile e politico perché «siamo tutti colpevoli». Intanto per il suo lavoro si è già guadagnata il premio “Donna coraggio 2007” dal Dipartimento di Stato americano.

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