Il prossimo 12 ottobre alle 21 presso il Teatro Triante di Monza, si terrà un concerto il cui ricavato andrà a sostegno di una missione dei Padri betharramiti, in Centrafrica

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Padre Tiziano Pozzi, sacerdote e medico a Niem, mentre visita un bambino

Da sei anni il Centrafrica è teatro di una guerra civile dimenticata che ha provocato migliaia di profughi.
Nell’indifferenza dei media, mentre le organizzazioni umanitarie si vedono costrette ad andarsene, sul campo resta la Chiesa Cattolica con i suoi missionari, tra cui i padri betharramiti, che si occupano delle persone in difficoltà senza distinzione di credo ed etnia.

E’ per lui, per don Tiziano, per la sua missione che è stato pensato il concerto di sabato 12 ottobre dove si esibiranno i giovani della Banda Larga Befolk che canteranno ed eseguiranno i testi e le canzoni scritte da Enzo Biffi, artista e firma de Il Dialogo di Monza nonché amico di vecchia data di Don Tiziano, meglio conosciuto come Padre Titti.
La serata, titolata “Di foglie e di roccia” «un titolo -spiega Enzo Biffi- che intreccia la fragilità umana (foglie) alla capacità dell’ uomo e delle donne di reagire e di affrontare situazioni complicate (roccia)» conclude il ciclo di eventi, iniziato a gennaio del 2019, che hanno festeggiato cinque anni di buone notizie diffuse dal giornale «Il dialogo di Monza». 

Una guerra civile dimenticata (da Il Dialogo di Monza.it)
Sono passati sei anni da quando i primi miliziani hanno imbracciato i fucili, ma la guerra che si sta combattendo in Repubblica Centrafricana è una delle più dimenticate del pianeta. Nei primi mesi del 2013 un colpo di Stato apparentemente simile ai tanti altri già subiti dal Paese dopo l’indipendenza (1960) si è trasformato in una guerra civile che tuttora vede in campo mercenari e guerriglieri.
La situazione di continua instabilità ha avuto conseguenze catastrofiche per un Paese già poverissimo: crollo dei commerci e dell’economia, scuole chiuse, Stato assente dai servizi sociali più elementari. E rifugiati: sono ben 635.000 gli sfollati interni e oltre 576.000 i profughi fuggiti all’estero; secondo l’Onu, che dal 2014 ha spiegato nel Paese una missione di pace di 11mila caschi blu, un civile su quattro ha dovuto abbandonare la sua casa, emigrando in altre regioni oppure varcando il confine verso Camerun, Ciad e Repubblica Democratica del Congo.

Ad accendere i riflettori su questa terra dilaniata è stato Papa Francesco che nel 2015 ha scelto di aprire la porta Santa del Giubileo della Misericordia proprio nella capitale Bangui.
Il Centrafrica è uno dei Paesi più poveri e meno organizzati al mondo, con un reddito pro capite di 1 euro al giorno, è tra i 51 Paesi del mondo con una situazione alimentare «allarmante».
D’altro canto la nazione è ricchissima di materie prime, in particolare uranio, legname pregiato e diamanti. Per questa situazione instabile, negli ultimi anni molte organizzazioni non governative hanno abbandonato il campo: la missione diventava troppo pericolosa per i volontari.
Accanto alla popolazione è rimasta la Chiesa che, a cominciare dai vertici rappresentati dal cardinale Dieudonné Nzapalainga, è da sempre impegnata nella risoluzione del conflitto. Tale opera di pacificazione non mette tuttavia al riparo dalle violenze: a novembre la chiesa di Alindao, villaggio nel sud del Paese, è stata devastata da un gruppo di ribelli che ha ucciso 60 ospiti del campo profughi allestito dall’episcopato, tra cui due sacerdoti; mentre a maggio una suora francese è stata assassinata a Nola, nel sudovest del Centrafrica.
Tra i missionari impegnati sul campo ci sono anche i padri betharramiti del Sacro Cuore di Gesù, congregazione nata a metà Ottocento presso il santuario mariano di Bétharram, non lontano da Lourdes. Da quando sono arrivati nella regione nord-occidentale del Nana Mamberè, nel 1986, i betharramiti hanno costruito chiese di villaggio, pozzi, ponti e una quarantina di scuole nella savana.
Nel villaggio di Niem sorge persino un ospedale, cui presto sarà aggiunta una sala operatoria intitolata alla lissonese Isa Pozzi, prematuramente scomparsa. A 70 chilometri di distanza, presso la città di Bouar è aperto un centro specializzato nella cura dell’Aids che ha in carico mille persone ed è considerato un’eccellenza sanitaria nazionale. Quando è scoppiata la guerra civile e la Farnesina ha consigliato agli italiani di rientrare, i padri betharramiti sono rimasti; ma il conflitto ha influenzato anche la vita dei missionari, che sono stati vittime di varie violenze.
Nell’emergenza padre Tiziano Pozzi, sacerdote e medico a Niem, ha aperto le porte dell’ospedale a malati di ogni religione e ospitato decine di sfollati; mentre padre Beniamino Gusmeroli, 58 anni di cui 25 passati in Africa, ha attivato in collaborazione con l’Unicef un progetto di reinserimento sociale per 150 ex bambini-soldato.

«Da settembre 2017 – spiega padre Tiziano – Niem appartiene al Centrafrica solo sulla carta geografica; da allora infatti tutta la zona è sotto il controllo del gruppo ribelle chiamato 3R. Nei pressi del nostro villaggio ci sono miliziani che non hanno neppure bisogno di girare armati, tanto è assoluto il controllo sul territorio. La loro presenza ha attirato molti allevatori di etnia mbororo – la stessa dei ribelli – con mandrie di mucche che necessitano di ampi spazi; il risultato inevitabile è la devastazione dei campi coltivati dalla gente del villaggio, che non può rivolgersi a nessuno per far valere un diritto al risarcimento».

Purtroppo non si vedono vie d’uscita a breve termine, né politiche né militari. Intanto, secondo un recente rapporto Onu, molte regioni del Centrafrica (soprattutto a est e nel centro) sono classificate «fase 4» o «d’urgenza» su una scala di 5, l’ultima delle quali indica la carestia; e due bambini su 3 necessitano di intervento umanitario. L’Onu medesima, tuttavia, non dimostra vera volontà e capacità di fermare la guerra.

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