Un presidio d’eccellenza per assistere zambiani di ogni età che arrivano anche dai villaggi più lontani per farsi curare

di Luisa BOVE

La macchina dell’ospedale di Chirundu si mette in moto alle 6 del mattino, quando i primi familiari entrano a far visita ai loro parenti ricoverati, mentre i medici prendono servizio nei vari reparti. Sorto nel 1969 – grazie alla Diocesi di Milano -, il Mtendere Mission Hospital (Ospedale della pace) si trova vicino al fiume Zambesi, a 140 chilometri dalla capitale Lusaka. Nella notte appena trascorsa la sala parto era in piena attività, sono nati sette bambini. Se l’è cavata l’ostetrica di turno senza che fosse necessario chiamare le infermiere più esperte, suor Sangheta o suor Navya (entrambe indiane), perché i parti sono stati tutti naturali e senza complicazioni. Mamme e bimbi lasciano l’ospedale fra poche ore, per lasciare il posto libero ad altre donne.

Nei primi nove mesi del 2015 sono nati 1.133 bambini, 138 da madri sieropositive per il virus dell’Hiv; mentre i parti complessi sono stati 195 e 14 bimbi sono morti durante il parto a causa di un ritardo nell’arrivo in ospedale. Tre le morti materne, per lo stesso motivo e a causa di complicanze in gravidanza.

Non sono ancora le nove e il ragazzino di 10 anni necessita di un intervento urgente: ha un grosso ascesso all’appendice e rischia la setticemia. Lo opera al volo il dottor Valentino Arcuri, chirurgo volontario in pensione, esperto di trapianti di rene, che ora si dedica con altrettanta passione ai malati di Chirundu.

Incontro un uomo in carrozzina che a causa del diabete ha subito l’amputazione della gamba destra e ora porta una protesi. Sta andando dal fisioterapista per riprendere un po’ di autonomia, non sembra triste e mi saluta con un grande sorriso.

Nel reparto di medicina, tra i ricoverati c’è Kristin, un uomo magrissimo, occhi scavati, ma vivaci:  mi stringe la mano e mi chiede come mi chiamo, è molto malato, non ha nessuno che si prende cura di lui, vive in una casetta fatiscente in condizioni di estrema povertà. Oggi non riceverà altre visite, se non quelle del personale medico.

Da marzo, grazie alla donazione di macchinari da parte dell’Istituto Auxologico di Milano, ha riaperto la radiologia e ora un bimbo di pochi mesi si agita sul lettino mentre la madre lo tiene fermo per permettere al tecnico di procedere con la radiografia al torace per sospetta polmonite. Poi raggiungo l’ala più affollata dell’ospedale, dedicata alle visite ambulatoriali per un totale di 38 mila visite in un anno. Gli assistiti sono circa 500 persone al giorno, di cui il 30% bambini e di questi il 70% sotto i cinque anni. Quando arrivano, a tutti viene provata la pressione, la temperatura e il polso. Il 48% dei pazienti vivono lontano ma giungono al Mtendere Mission Hospital perché sanno che è un ospedale d’eccellenza, dove il personale cerca di rispondere a tutte le esigenze sanitarie e alle urgenze. Chi si presenta per la prima volta in ospedale riceve un quadernetto sul quale, da quel momento in poi, si scriverà tutto quello che riguarda il paziente: visite, terapie, esami diagnostici, ricoveri, interventi… È l’unico modo per conoscere le sue condizioni di salute e creare lo “storico” così da facilitare il lavoro di medici e specialisti.

Il personale, quasi tutto locale, è in piena attività; gli ambulatori sono già aperti e le persone attendono con pazienza il loro turno. Anche il laboratorio analisi è a regime, ma quello che oggi preoccupa è che in frigorifero c’è soltanto una sacca di sangue e se ci sono più emergenze, è possibile garantire una sola trasfusione. Fra qualche giorno qualcuno andrà all’ospedale di Lusaka per recuperare altro sangue, sempre che sia disponibile. Lo Zambia privilegia come donatori i bambini: periodicamente vengono fatti a scuola i prelievi di sangue a tutti, senza distinzione, poi i campioni vengono portati a Lusaka dove si effettua lo screening tenendo solo quelli idonei. Inutile dire che quando le scuole sono chiuse le scorte di sangue si riducono drasticamente.

A differenza di tanti altri ospedali, il Mtendere Mission Hospital garantisce anche i pasti ai pazienti ricoverati, grazie al grande orto che rifornisce le cucine di verdure e altri prodotti.  A mezzogiorno riprendono le visite dei parenti: è il momento del pranzo e può essere preziosa la presenza di familiari per assistere chi è in difficoltà a gestirsi da solo e per fare un po’ di compagnia nelle lunghe giornate.

Il pomeriggio trascorre più tranquillamente e alle quattro l’ospedale inizia a svuotarsi. Nei reparti c’è il cambio di turno del personale, la sala operatoria riapre in qualunque momento per eventuali urgenze, come pure la sala parto. Chi ha finito di lavorare torna a casa e chi ha la reperibilità sta all’erta se dovesse essere chiamato a qualunque ora della notte.  Alle 18.30 il sole cala all’improvviso ed è già buio. Un altro giorno sta finendo. Chissà se ci saranno urgenze o se nasceranno altri bambini prima dell’alba.

Info:www.mtendere.org; https://it-it.facebook.com/mtenderehospital/

 

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